Il rito della buonanotte

Come Catherine Zeta-Jones in Entrapment
Come Catherine Zeta-Jones in Entrapment

Il rito della buonanotte è quella cosa a cui tutte le mamme aspirano ma solo poche fortunate e talentuose riescono. È quella sequenza di azioni e reazioni per cui passo dopo passo, giorno dopo giorno il neonato fa sempre le stesse cose, nello stesso modo, nella stessa direzione: quella del lettino che, da luogo di atroci torture, diventa un soffice eldorado.

A casa mia il rito della buonanotte non funziona.

Non so dire se non ci abbia provato abbastanza, se mi è mancata più la fortuna o il talento (probabilmente un sapiente mix dei due). Fatto sta che  la nostra sequenza di azioni e reazioni, tutt’altro che da manuale, funziona più o meno così:

Penultima poppata.

Cena veloce, spesso interrotta a metà, quasi mai si arriva alla frutta perché il buon Filippo fatta ‘na certa comincia a scalpitare. Avrà già fame? Avrà già sonno? Forse vuole giocare? Per ora gli interrogativi non hanno trovato risposta. Intanto sale la tensione, in vista dello step successivo.

Ultima poppata. Detta anche poppata de o la va, o la spacca. Perché se Filippo si addormenta mentre mangia finisce direttamente nel lettino e tutto va bene. Se Filippo non si addormenta mentre mangia si mette nel lettino da sveglio, si accende la lampada musicale con le melodie new age e le stelle di luce a proiezione sul soffitto e si cerca di farlo assopire. Ma se Filippo si addormenta mentre mangia e si sveglia mentre viene messo nel lettino comincia la lunga battaglia di pianti-prendilo in braccio-mettilo giù-urla e strilla-ritiralo su-no, mettilo giù. Può andare avanti così anche per due ore perché il talentuoso bebè – e forse questo andrebbe segnalato a qualche università per essere studiato – riesce a piangere anche mentre dorme: cioè lui ha gli occhi chiusi, praticamente è in trance eppure riesce ad accorgersi se sta dormendo in braccio o nel lettino e nel secondo caso, non c’è scampo, si sgola di pianto.

Per ovviare a quest’ultima temutissima eventualità io e Mr. P ci alleniamo come Catherine Zeta-Jones in Entrapment. Muoversi nella stanza di Filippo, quando lui sta per dormire, è come fare le piroette nel celeberrimo negozio di cristalli (quello del proverbio con l’elefante): devi essere delicato, possibilmente trasparente e se lui apre gli occhi e ti vede devi stare fermo immobile finché non cambia la direzione dello sguardo. Come dicono si faccia con gli squali (?), che se non ti muovi non ti vedono. Come in una versione horror di Due-Tre-Stella: perché se lui ti vede AHI! suona la sirena, lo squalo ti morde, game over hai finito tutte le vite.

Se, al momento clou, ci vedesse qualcuno l’immagine sarebbe più o meno questa. Due statue di sale immobili, una semipiegata al di là delle sbarre del lettino, l’altra con una mano sollevata non si sa perché, entrambi con lo sguardo perso nel vuoto. Come fanno i gatti: che nascondono la testa dietro la tenda pensando che, se loro non ti vedono, non li vedi nemmeno tu; peccato solo che la coda sia rimasta scoperta a sventolare. È vietato parlare, sarebbe vietato anche respirare se non fosse che potrebbe causare lo svenimento di una delle due statue di sale, con conseguente tonfo sul pavimento e GIAMMAI! del ru-mo-re.

Io e Mr. P siamo diventati così bravi che la tecnica funziona…una volta su cinque. Le altre quattro sentiamo il primo mugugno, poi vediamo girare la testa, arriva il pianto: Filippo si è svegliato.

E comincia così un’altra luuunga nottata.

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