Donna, partorirai con gran dolore (il cervello)

Picture 2Me l’aveva anticipato quella dottoressa, una delle ultime volte che andai a fare le analisi quando ero incinta. Al tavolino del prelievo del sangue, i soliti cinque o sei flaconcini per essere sicuri che non avessi niente (perché quando aspetti, anche se non hai niente, potresti sempre avere qualcosa). Lei avrà avuto una trentacinquina d’anni, accento est europeo che trasforma ogni frase in un’udienza papale alla Giovanni Paolo II.

A che mese sei?

Sono al nono…

Uh, primo filio?

Sì.

Uhh, maschieto o femminucia?

Maschio.

Uhhh, primo filio e maschieto. Con lui partorirai anche il cervelo!

Ecco, io pensavo intendesse in senso romantico e figurato. Tipo una cosa da occhi a cuoricino e rime con amore. Non immaginavo certo che nell’ordine avrei presto:

  • Lasciato le chiavi di casa attaccate alla porta chiusa. Ma lato pianerottolo.
  • Scordato i calamari al banco del pesce. “Signora, glie li pulisco?”, “Sì grazie, intanto vado a prendere il pane”. Mai più tornata.
  • Comperato la taglia sbagliata di pannolini, che erano in offerta. Per fortuna sono più grandi, quindi li posso mettere nel ripostiglio e camuffarli da acquisto previdente con attenzione al risparmio.
  • Scordato telefono e chiavi di casa, più volte. Scordato di avere la borsa a tracolla ed essere risalita su casa per prendere la borsa.
  • Dimenticato di prelevare, che poi te ne accorgi sempre quando hai preso tremila caccavelle a un banchetto abusivo il cui proprietario non ha mai visto una carta di credito.
  • Il bancomat non viene menzionato, perché il codice a cinque cifre non l’ho mai saputo neanche prima di partorire il cervelo.
  • Poi quella volta che avevo prelevato e ho attraversato Roma per andare a prendere la torta regalo per papà…ho scordato i soldi nella borsa a casa.
  • Ho lasciato a casa la cartella di dimissioni dalla clinica, quando sono andata a fare i vaccini. “Mi raccomando, signora, porti la scheda con tutte le informazioni sul bambino…”, “Certo, certo. Me lo sono segnato sull’agenda”.
  • L’agendina, però, non la trovo più. Avevo pure girato quattro cartolibrerie per trovare la ricarica.

Ci sono oggetti che ho perso di vista da un po’ di tempo, vestiti finiti appallottolati in fondo all’armadio e ancora troppo stretti per i miei fianchi (per ricordarmi di averli smarriti). L’unico che non si perde mai è Filippo. Coi suoi occhi a palla sempre sgranati, le gambe a frullino che girano senza soluzione di continuità sui pedali di un’immaginaria bicicletta, e le sue mille bavette.

Che ormai ha imparato a sfilarsi da sotto il collo, per leccarne i laccetti o gli angoli. L’ultima tecnica che sto sperimentando, per evitare che la saliva gli impregni i vestiti, è di fissare il bavaglino sotto le cinte della sdraietta o del seggiolone, quell’imbracatura a paracadute per intenderci che dovrebbe impedirgli di buttarsi nel vuoto. Ma tira di qua e tira di là, non so come, alla fine le bavette riesce sempre a sfilarsele. Se le arrotola in bocca e le lecca, finché non hanno cambiato colore. Proprio come qualsiasi maglietta o tutina che indossi. Slinguazzata dopo slinguazzata il bianco si fa giallognolo, il celeste blu e il verde acqua color marrana.

Che dire, pur sempre un elegante ton sur ton.

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