Un’altra Boston

Dopo la goliardia sportiva di Fenway Park e le serate ai pub, sabato sera mi sono dedicata a un po’ di fuffico cocktail-drinking e people-watching.

Un piatto di Chowpan
Un piatto di Chowpan

In prima serata, cena da Helmand, ristorante afgano a Cambridge. Da quando vivo qui, niente mi sembra troppo esotico. Pranzi veloci al sushi bar, cene taiwanesi a Chinatown e aperitivi a suon di margarita messicani sono all’ordine del giorno. Con note di cucina vegetariana e periodiche ricadute su burger e fries. L’unico che non riesco a digerire, è il cibo indiano. Da quella cena in cui per sbaglio ho ordinato pollo rosa. In cui per sbaglio ho scambiato uno degli invitati alla tavolata (di indiani) per il cameriere, e mi ostinavo a chiedergli di portarmi del vino. In verità non amo nemmeno la cucina spagnola. Per lo meno non finché si ostineranno a servire le salsicce con gamberetti in casserole con due dita di olio marrone.

Ma l’afgano, per dirlo alla bostoniana, Oh Boy! In qualche vita passata devo essere stata mediorientale o middle-asiatica, perché tra le prelibatezze israeliane che mi cucina Anita e l’agnello di ieri, servito con melanzane saltate in padella con la zucca e riso basmati aromatizzato al cumino, ho le papille gustative che ancora zompettano dalla gioia!

Alla fine della cena, mentre sorseggio caffè turco davanti a un piatto di bucklawa (pastasfoglia con nocciole, mandorle e pistacchi, cannella e chiodi di garofano, ricoperta di miele) ho deciso di iscrivermi a un corso di danza del ventre. O di cucina mediorientale.

L'interno del Liberty Hotel
L'interno del Liberty Hotel

In seconda serata, un appletini al Liberty Hotel, una prigione dal 1851 al 1990 e oggi uno dei night club più esclusivi di Boston. Di quelli coi divanetti in pelle e i cocktail da 15 dollari l’uno. Di quelli frequentati da trentenni rampanti e (ahimè) cinquantenni che non si rassegnano all’avanzare dell’età, delle rughe e della pancia. Di quelli in cui il barista gioca a fare Tom Cruise in Cocktail e ti rifila un martini secco con ghiaccio e ciliegina al posto di uno zuccheroso e verde apple martini. Di quelli in cui i buttafuori sono ossessionati dai metri quadrati di spazio libero davanti alle scale mobili, e se solo ci passi vicino ti intimano di spostarti a “distanza di sicurezza”.

Ma in quanto a people watching, oh boy!, non c’è posto più “giusto” di questo. Per osservare acconciature da cerimonia con perline e cerchietti, fasce e mollette, e decine di accessori che, se non usati con parsimonia, finiscono col trasformare una testa in un albero di Natale. In raso o jeans griffato, l’importante è mostrare. Scollature vertiginose o minigonne mozzafiato, cravatte e tacchi a spillo, brillanti e orologi costosi. In un attimo capisco dove si raduna tutta la Boston “bene”.

Clichè a parte, è stato quasi un toccasana. Una “pausa di riflessione” da infradito e sciatte t-shirt; una cura di pantaloni dalla lunghezza appropriata, né “zompafosso” né “a strascico”; pillole di movenze composte e moderate, come cura contro la ruvidità urlereccia dei pub.

Qui lo chiamano “New York Style”.

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3 pensieri su “Un’altra Boston

    1. Un modo fuffico per dire una pizzetta bianca (o pita) su cui sono poggiate le costolette di abbacchio e le melanzane. Come il famoso “letto di patate” per il pesce, questo era un letto di pizza. Buonissima, fra l’altro, perchè la infornano proprio nel ristorante!

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