Paese che vai, agenzia interinale che trovi

La mia storia “americana” comincia circa un anno fa. Cosa mi sono lasciata dietro? Nell’ordine:

  1. (Troppi) Anni di lavoro in consulenza, inclusi incontri con strani e dubbi personaggi e conclusi con un “Sei incinta?”, davanti alla mia lettera di dimissioni.
  2. Una colica biliare che per poco non mi fa finire in ospedale, probabilmente legata all’esperienza di cui sopra…o di cui sotto.
  3. Una truffa presso un giornale settimanale che dopo un anno di collaborazione – ovviamente non pagata – si rifiuta di pagarmi i contributi all’Ordine dei Giornalisti. Per chi volesse aprire un forum di discussione sul fatto che l’Italia e’ più o meno l’unico Paese nel mondo ad avere una Casta (perché di quello si tratta) pure per fare il giornalista e soprattutto sul fatto che tutti se ne fregano, sono disponibile.
  4. Una serie di e-mail e telefonate senza seguito all’editore del giornale e all’Ordine dei Giornalisti, Striscia la Notizia, Le Iene e chi più ne ha più ne metta, per denunciare i fatti di cui al punto 3.
  5. Vari ed eventuali calci nel sedere.

Niente male come pacchetto di partenza, direi abbastanza full optional.

Non meno ricca e divertente, tuttavia, e’ la lista di “interessantezze” che ho trovato qui Oltreoceano.

Il mostro notturno che disturba il mitico Sogno Americano si chiama “Visto”. E’ l’Innominato manzoniano, il Tu-Sai-Chi di Harry Potter, la mission impossible che si autodistruggera’ in tre secondi. Due. Uno. Boom! Perche’ in America il visto per lavorare si prende solo se qualche datore di lavoro ti assume, ma un datore di lavoro ti può assumere solo se hai il Visto.

Mi ricordo un incontro interessante con un’agenzia di lavoro interinale. Premessa: gli americani sono fissati con le procedure. Il che significa che se la procedura per un colloquio consiste di 10 domande prestabilite, quello e’. Poco importa che tu vuoi specificare “…si, ma guardi che io ho bisogno di uno sponsor per il visto…”. Ci ho provato ben due volte, e per ben due volte l’intervistatore telefonico ha fatto qualche secondo di pausa, due “hmmm…”, e ha concluso con un “Bene, passiamo alla domanda successiva”. E’ solo quando finalmente vengo convocata in ufficio per un’intervista dal vivo – praticamente sono piu’ soddisfatta di Britney Spears intervistata dalla rivista Rolling Stones – che la Procedura mostra alcune piccole falle. “Oh, ma hai bisogno di un visto?!”. Appunto.

Siccome al peggio non c’e’ mai fine, e siccome “XXX is excited to help you with your job search”, si viene a scusare il Direttore non-so-di-che. Mi da’ il suo biglietto da visita e per mezz’ora mi chiede che lavoro voglio fare e mi rassicura che mi aiutera’ ad avere un Visto. “Scrivimi una mail con le aziende a cui sei interessata, posso metterti in contatto con loro e bla, bla, bla…”.

Sono passati 9 mesi da quella e-mail. Il tizio non solo non mi ha aiutata, ma un paio di volte che sono passata di fronte all’agenzia e l’ho visto, ha fatto il vago e si e’ girato dall’altra parte.

Misteri della vita.

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