Weekend bostoniani

Gita a Nahant

Gita a Nahant

Da quando io e my Mr Big viviamo a Boston, ci sembra di avere  più tempo libero.

Le giornate, in realtà, sono più corte e decisamente più fredde…tuttavia sembra che in qualche modo il tempo si dilati, regalandoci la possibilità di girovagare (con o) senza meta nel New England.

Una delle più belle scampagnate delle ultime settimane l’abbiamo fatta a Nahant, Massachusetts.

Walking cup di Starbucks con caffè fumante e un quarto d’ora di macchina, per arrivare fino a questa straordinaria lingua di terra che si stacca dalla Baia del Massachusetts per allungarsi nell’oceano. Nahant, appunto, così battezzata dagli Indiani d’America con il significato di “quasi isola”, e “ripopolata” dai pellegrini puritani intorno al 1630 anche se fino al 1800 contava solo tre famiglie abitanti (e dato il clima, ti credo!).

Dopo una romantica passeggiata sulla spiaggia a 20 gradi sotto zero – chissà se Celsius o Fahrenheit! – my Mr Big ed io abbiamo scovato una pittoresca locanda con tipico deck, o patio di legno, aperto sul mare. Ovviamente abbiamo chiesto un tavolo dentro.

Locanda con deck

Locanda con deck

Tavoli rustici senza tovaglia, un paio di TV sintonizzate su un football match – uno degli ultimi, prima del Super Bowl di domenica prossima – e qualche gruppetto di americani dietro a grossi boccali di birra. Insomma, atmosfera 100% made in USA.

Fisherman's Platter

Fisherman's Platter

Insieme a un bicchiere di bianco californiano – la birra era troppo fredda! – noi due abbiamo optato per un menu più in stile New England.

Fisherman’s Platter per my Mr Big, tipica frittura di pesce della costa atlantica settentrionale che include haddock, gamberi e – mai viste prima – vongole giganti fritte. O forse cozze. O entrambe.

Per me, Clam Chowder e Crab Cake. La prima: una tipica zuppa di vongole, patate a cubetti e cipolle in crema di latte (per gli intolleranti al lattosio: chiedete la “versione del Rhode Island”, senza latte). La Crab Cake svetta, invece, nella mia top five dei piatti preferiti (classifica americana, ovviamente): ottima torta di pasta di granchio e mollica di pane, amalgamata con uova, latte e cipolle gialle.

Clam Chowder

Clam Chowder

Crab Cake

Crab Cake

Ora avrete capito perché, da quando viviamo in America, per me e my Mr Big non si è “dilatato” solo il tempo…

Con la pancia piena di tante ricchezze del mare e gli occhi sazi della vista sull’oceano innevato, abbiamo trovato il coraggio per uscire dalla locanda e percorrere i freddissimi 5 metri del parcheggio all’aperto. Fino alla macchina.

...fino alla macchina

...fino alla macchina

Noi, codardi e freddolosi mediterranei. Mica come quel gruppo di intrepidi surfisti che alle 3 di pomeriggio di una bianca domenica di gennaio facevano surf, nelle acque semigelate dell’oceano atlantico!

Surf sull'oceano...ghiacciato!

Surf sull'oceano...ghiacciato!

Cinque cose da fare a Boston sotto Natale

Per chi pensasse che un viaggio oltreoceano finisca nella Grande Mela, in regalo un’altra magica città degli Stati Uniti orientali.

Boston. Foto di Starrgazr

Boston. Foto di Starrgazr

“Patria” dei Padri Pellegrini, capitale della rivoluzione americana, prima città statunitense ad aprire una scuola pubblica (la Boston Latin School, nel 1635), un’università (l’Harvard University, nel 1636) e una metropolitana sotterranea nel 1897.

La vedrete svelarsi, discreta, dai cieli del Boston Logan International Airport. I grattacieli del distretto finanziario da un lato, i vetri rilucenti del John Hancok e della Prudential Tower dall’altro. Nel mezzo, i tetti a mattoncino delle case di Beacon Hill e Back Bay, l’azzurro dell’oceano e il blu del Charles River.

Benvenuti nella contea di Suffolk, nel Massachusetts.

Benvenuti a Boston. Senza dubbio la città più colta, elegante e sofisticata degli Stati Uniti d’America.

Passeggiare per Newbury Street

Passeggiare per Newbury Street

1. Passeggiare tra le gallerie d’arte e i negozi di Newbury Street
Punto primo: Boston si vive a piedi. Nonostante il freddo, il vento e la neve.
E non c’è passeggio migliore di Newbury Street. Un incrocio tra lo struscio di paese -perché sicuramente incontrerete qualche vecchia e nuova conoscenza – e una raffinata passeggiata culturale. Il tutto condito da boutique di stilisti avanguardisti e negozi di seconda mano dove trovare un abito di Moschino o un impermeabile di Louis Vuitton a “poche” centinaia di dollari. Non dimenticate, infatti, che Boston è anche una città mooolto ricca.

Le rane del Frog Pond

Le rane del Frog Pond

2. Pattinare sul ghiaccio del Frog Pond al Boston Common
I due parchi di Boston riempiono il cuore di Back Bay tra l’inizio di Commonwealth Avenue e di Tremont Street. Non potete esimervi da una foto sul ponte addobbato del Boston Public, primo giardino botanico degli Stati Uniti dal 1837, e una passeggiata per le stradine innevate del Boston Common, che ospita le scampagnate dei Bostoniani sin dal 1634. Fermatevi a pattinare sul ghiaccio del Frog Pond, all’ombra della cupola dorata della Massachusetts State House e poi scaldatevi con un Peppermint Mocha Twist o un Gingersnap Latte in uno dei 100 Starbucks della città (e dintorni). Tra scrittori al portatile e studenti alle prese con libroni universitari, potreste incontrare anche la Fenice che insegna italiano.

North End, lungo il Freedom Trail

North End, lungo il Freedom Trail

3. Camminare lungo il Freedom Trail
My Mr Big lo odia. Io ci trascino tutti gli amici che ci vengono a trovare. Perché è un must. Non si può lasciare Boston senza aver percorso almeno un paio dei 4 chilometri del “Sentiero della Libertà”, che lega tutte le principali tappe storiche di Boston. Ok, la lista include siti tipo le lapidi di alcuni firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza o la casa di Paul Revere. Ma anche i negozi del Faneuil Hall e le vie pittoresche di North End, la più grande Little Italy degli USA. Non sarà come passeggiare per via dei Fori Imperiali o via del Corso sotto Natale…ma se, in giro per la città, vi chiedeste ‘Cosa cavolo è questa linea di mattoncini rossi sul marciapiede?’, beh, sappiate che quello è il Freedom Trail!

L'albero di Natale al Quincy Market

L'albero di Natale al Quincy Market

4. Mangiare un lobster roll sotto l’albero di Natale al Faneuil Hall
Lo so che dopo il Gingersnap di Starbucks, panna e cannella incluse, non avrete fame. Ma, soprattutto se siete lungo il Freedom Trail, non potete dire di no a un lobster roll – panino con insalata d’aragosta e maionese – in uno dei mille stand del Quincy Market. Prima di una foto sotto il grande albero di Natale a Faneuil Hall. E le sue mille lucette colorate.

Il Massachusetts Institute of Technology

Il Massachusetts Institute of Technology

5. Fare a piedi l’Harvard Bridge fino a Cambridge
Non senza l’attrezzatura da freddo polare descritta in Come Sopravvivere A Meno 15. Vedrete Boston svelarsi lentamente alle vostre spalle, il vetro dei grattacieli contro il ceruleo del cielo.
Una volta raggiunto “L’altro lato del fiume” – così i Bostoniani chiamano Cambridge – girovagate per i corridoi del Massachusetts Institute of Technology. Incontrerete geni al lavoro…e al riposo (vedi foto sotto). Poi prendete la linea rossa fino a Harvard Square e respirate un po’ d’Italia nelle riviste italiane nell’edicola in piazza, o un po’ di “neuroni” per le stradine del campus dell’Harvard University. O entrambi.

Geni a riposo

Geni a riposo

Per finire, il Gambero Rosso della Fenice include:

Una Sam Adams seasonal – tipica birra di Boston – comodamente seduti a un divanetto del Top of the Hub, sulla cima della Prudential Tower. Entrata nel centro commerciale, ascensore diretto per il 52esimo piano. E una Boston mozzafiato si distenderà ai vostri piedi.

Una cena a base di aragosta da McCormick & Schmick. Se prenotate in anticipo, al ristorante a Faneuill Hall, chiedete di riservarvi un tavolo privato con la tendina. Bavaglini inclusi nel prezzo.

Un caffè, cannolo e grappa
– per quest’ultima, chiamate my Mr Big – da Napoli Pastry al 120 di Salem Street, a North End. Con un po’ di fortuna, incontrerete anche il Conte. Che, garantisco, farà la vostra serata.

E, in pieno spirito americano, una fetta di cheesecake da Cheesecake Factory. Un altro favorito di my Mr Big!

Una vetrina da Cheesecake Factory

Una vetrina da Cheesecake Factory

Cinque cose da fare a New York sotto Natale

Non c’è città al mondo per il Natale, come New York City.

Sexy, sfacciata e accattivante, la “città che non dorme mai” brilla di addobbi ed eccitazione a ogni angolo di strada, tra finti (o veri?) Santa Claus, carretti di nocciole caramellate e hot dog, cori di adolescenti che intonano “Jingle Bells”.

Io e my Mr Big abbiamo poche ore, prima di una altrettanto unica e natalizia cena di famiglia nel Queens. Manhattan, tra mezzogiorno e le sette di sera.

Macy's sulla 34esima strada

Macy's sulla 34esima strada

Prima tappa: Santaland.
Indirizzo: Macy’s sulla 34esima strada, forse il più celebre grande magazzino americano. Ma siccome my Mr Big non ha visto “Miracolo sulla 34esima strada” e io non sono gran che preparata per cercare Babbo Natale in un negozio di 9 piani e oltre 90.000 metri quadri, l’impresa è, come dire, fallita. E dopo dieci minuti di camminata, una deviazione al negozio del Metropolitan Museum (sì, dentro il grande magazzino!), e una valanga di shopper indemoniati in fila per l’ultima svendita, ci ritroviamo sulla 32esima. E optiamo per un caffé e muffin da Starbucks. Peccato che qui i ristoranti siano obbligati a indicare le calorie di ogni prodotto affianco al prezzo.

 

 

Passeggiando per Perry Street, ovvero a casa di Carrie

A casa di Carrie

Seconda tappa: L’appartamento di Carrie Bradshaw, al West Village.
Indirizzo: Perry Street, precisamente l’isolato tra la West 4th e Bleecker Street.
Niente paura. Questa volta siamo preparati. Io e my Mr Big, che vuole fingere di aspettarmi sotto casa in una lussuosa auto scura, con autista e palloncini fuori dal finestrino.
Anche se nessuno sa con certezza quale sia il numero civico (anche perché gli interni dell’appartamento sarebbero in uno studio nel Queens), quel pezzo di Perry Street raccoglie devoti pellegrini da tutto il mondo. E in un’insolita mescolanza tra realtà e fiction, una coppia di asiatici addirittura ci chiede: “Ciao, è questa casa di Carrie?

 

 

Mercatino a Union Square

Mercatino a Union Square

Terza tappa: Pizza da Luzzo’s e mercatino di Natale a Union Square.
Indirizzo: 1st Avenue, tra la 13esima e la 14esima.
Se c’è un posto dove curare la nostalgia o la crisi di astinenza da buona pizza a New York City, quel posto è senza dubbio Luzzo’s. Ordinate una Bufala da 16 pollici e una Peroni. E poi Luzzo’s è vicinissimo a Union Square, che sotto Natale si popola di un delizioso mercatino di artigianato locale dove si trovano tradizionali cookie e futuristici gioielli “ecologici”. Tanto per non dimenticare che New York è sempre all’avanguardia.

 

 

Times Square

Times Square

Quarta Tappa: Times Square.
Con annessa crisi agorafobica per me e my Mr Big, ormai “abituati” alla tranquillità di Boston e completamente spaesati di fronte alle luci, ai flash e ai milioni di persone che si spingono per Times Square. Dopo mezz’ora e mezzo isolato, lasciamo Broadway per la Sesta. Ignari di ciò che ci aspetta.

 

 

 

Rockefeller Center

Rockefeller Center

Quinta Tappa: Rockefeller Center.
Non so perché l’albero di San Pietro non riscuota tanto successo. Sarà che ci manca la pista di pattinaggio o le vetrine di Saks Fifth Avenue proprio dall’altro lato della strada. Ma sembra davvero che il Natale a New York inizi e finisca qui. Tra gli angeli con le trombe dorate e i turisti compressi e incappucciati. Nella folla, io e my Mr Big, e l’abete ornato da oltre 8 chilometri di lucette.
Ci godiamo questo momento di Serendipity, e poi ci trastulliamo su per la Quinta fino al Central Park. Tra le vetrine di Tiffany e Bulgari, i modelli all’entrata di Abercrombie & Fitch, e un’ultima interminabile fila. Per entrare da FAO Schwarz.

È sera ormai. Le luci sembrano ancora più belle e persino il freddo – tanto! – sembra averci dato una tregua.

Ce ne stiamo per andare, ma…

…”I want to be a part of it – New York, New York“…

Una domenica a Orchard House

Orchard House, Concord, MA

Orchard House, Concord, MA

Finalmente è arrivata la neve.

Una domenica mattina dal risveglio ovattato per me e my Mr Big, mentre Boston si ricopriva di una leggera coltre bianca.

Colazione da Starbucks e via verso nord ovest. Destinazione: Concord, la più “letteraria” cittadina del Massachusetts, e casa di Louisa May Alcott e Nathaniel Hawthorne. Un posto da sindrome di Stendhal, per una come me.

E forse non c’è periodo migliore di questo, per visitare Orchard House. Louisa May Alcott in persona ci ha accolto nella sua sala da pranzo e, tra gli sguardi scettici di my Mr Big e la mia eccitazione, ci ha portato indietro nel tempo. Fino a una pre-natalizia domenica mattina del 1870.

La Alcott, infatti, scrisse qui il suo celeberrimo romanzo “Piccole Donne”. Più precisamente, su una mensola che il padre le aveva costruito sotto la finestra della camera da letto.

La camera di Louisa May Alcott, a Orchard House

La camera da letto di Louisa May Alcott, a Orchard House

Dentro e fuori le tante stanze della casa, pur senza sbattere le porte come avrebbe fatto l’indomita Jo, abbiamo curiosato tra gli oggetti personali della famiglia e chiacchierato con “Mr e Mrs March“. My Mr Big ha persino rischiato di interpretare Mr. Brooke, l’innamorato di Meg, in una specie di recita che le quattro sorelle avevano organizzato per noi ospiti.

Prima di lasciare l’Ottocento ci siamo radunati nella sala da pranzo e, sulle note dell’arpa di Meg, abbiamo cantato “We Wish You A Merry Christmas” insieme a Jo, Amy ed Elizabeth. Nonostante le note vibrassero su un’ottava che, diciamo, non valorizzava le nostre doti canore, l’atmosfera era quella giusta.

Tanto che mi sembrava di sentire Jo, stesa sul tappeto, borbottare…

Christmas won’t be Christmas without any presents“…

Piccole donne a Orchard House

Piccole donne a Orchard House

Piccole donne e "Louisa" a Orchard House

Piccole donne e "Louisa" a Orchard House

Thanksgiving con i nuovi “Pirati dei Caraibi”

Caraibi...arrivo!

Caraibi...arrivo!

Una delle qualità principali degli Stati Uniti…è che sono vicini ai Carabi.

Due ore e 50 minuti, per la precisione, da Boston a Nassau, Bahamas.
Uno degli aspetti negativi dei Carabi…è l’alta concentrazione di turisti americani. Che si traduce generalmente nella costruzione di grandiosi eldoradi di plastica.

Ce ne siamo accorti subito io e my Mr Big quando, dopo poche ore – e un paio di aperitivi – sull’isola di New Providence, siamo rimasti imbottigliati nel traffico di Paradise Island. E siamo finiti per sbaglio nella più sfacciata e plastiforme attrazione turistica dell’isola: una riproduzione del mitico mondo di Atlantide che ospita un albergo e un casinò, sale a tema dalle pareti-acquario e finti fortini dei pirati, parcheggi per yacht multimilionari e ristoranti da 39 Dollari per una pasta “aglio e olio”. È l’hotel Atlantis, creato nel 1998 dal magnate sudafricano Sol Kerzner per un pubblico quasi interamente americano. Circa il 90% dei turisti che ogni anno visitano le Bahamas proviene dagli Stati Uniti. E questi nuovi “pirati”, inguaribili bambinoni, amano semplicemente grandi e superaccessoriati parchi giochi.

C’è da dire, per fortuna, che questo spirito “Forever Disneyland” tiene la maggior parte dei turisti nelle piscine degli alberghi. Paradossalmente, su lettini spalle al mare. Del resto, qui i più giovani possono bersi un Cuba Libre senza mostrare la carta d’identità e i più attempati possono fumarsi un proibitissimo “cubano”.

Così io e my Mr Big ce ne siamo andati indisturbati alla ricerca delle – poche – spiagge libere di New Providence. E abbiamo trovato calette sperdute dalla sabbia perlacea e il mare cristallino. Le spiagge dei Pirati dei Caraibi esistono.

Tuttavia, anche il “Paradiso” può riservare alcuni “contrattempi”.

Per esempio ti può capitare di lasciare accese le luci di una scassatissima Toyota in affitto (di quelle con ancora i finestrini a manovella) e, al ritorno dalla spiaggia, trovare la batteria completamente scarica e la macchina in panne.

Oppure può succederti di andare al ristorante, affamato da una giornata di mare, ordinare il vino e sentirti dire che quella bottiglia non ce l’hanno. Ordinare un antipasto di cozze e sentirti dire che l’hanno terminato. Ordinare un piatto di snapper in salsa di burro e lime e sentirti dire che è finito. Riprovare con involtini primavera ai gamberi e aragosta e scoprire che il cameriere si è dimenticato di passare l’ordine in cucina. E tu, dopo 45 minuti seduto al tavolino, sei ancora a stomaco vuoto.

Tra la brezza e l’ebbrezza dei Caraibi, puoi persino trovarti la mattina della partenza con tre sigari cubani e un’imminente ispezione della dogana statunitense – che ha un apposito distaccamento sull’isola di Nassau, per il controllo passaporto e le pratiche doganali prima ancora di salire sull’aereo. E sei costretto a lasciare 20 dollari di mancia al concierge dell’albergo sperando che ti spedisca i suddetti sigari in Italia. Senza passare per gli Usa.

Cosa c’è di paradisiaco, allora?

Per esempio, viziarsi per ore sotto il sole dorato di novembre. Guardare due nuvolette pannose che si specchiano nel celeste di un oceano subtropicale. Sorseggiare una pinacolada direttamente da una succosa noce di cocco.

Siamo atterrati a Boston sotto una pioggia battente e una temperatura di un paio di gradi (centigradi!). La valigia, lasciata all’aeroporto di Nassau in mano a un fattorino che voleva una mancia per farci saltare la fila, faceva un rumore strano e vibrava. Potevamo chiamare gli SWAT – io già votavo per la bomba – e invece abbiamo trovato il coraggio di aprirla.

Alla fine era solo uno spazzolino da denti elettrico, acceso per sbaglio.

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