L’ultima Febbre del Mercoledi Sera

Mac & Cheese, comfort food americano per eccellenza

Mac & Cheese, comfort food americano per eccellenza

Comincio a vederlo dalle piccole cose, dai semplici appuntamenti quotidiani. E realizzo che si’, sto per partire.

Mercoledi’ sera ultimo Wednesday Night Fever. Ultima potluck dinner dopo una serie memorabile di incontri, dopo varie pie esplose nel forno di casa, paste scotte con poco sugo, abbuffate di pizza americana con sopra il pollo a tranci. E nonostante tutto, sono riuscita a mantenere l’aura dorata di cuoca italiana, chef insuperabile, custode della migliore cultura culinaria al mondo. O fingo bene io, o sono (affettuosamente) matti loro.

E mercoledi’, come ultima cura a questa “Febbre”, Kristina ci aveva prescritto comfort food.

Ora, il concetto di comfort food, di un pasto umanamente confortevole, mi e diventato familiare solo negli Stati Uniti. Prima non avevo saputo dare un nome alla lasagna di nonna, quella che fumava croccante dal forno di casa ogni domenica all’una precisa, mentre un vassoio di pastarelle – la mia preferita, il cigno pieno di panna con tanto di alette e collo lungo – mi guardava promettente dal ripiano alto del frigo. Poi sono venuta in America, dove tutto ha un nome, un inventore, e un mercato. E ho scoperto il nome proprio di quel piatto rassicurante, quello il cui sapore ti porta indietro nel tempo e ti riscalda di felicita’, quello che ti rassicura dalla preparazione all’assaggio. Soprattutto, quel piatto rigorosamente fatto in casa.

Cosi, sulla scia nostalgica delle domeniche di non troppi anni fa, sono tornata a casa dall’ufficio con l’intenzione di cimentarmi in una confortevole lasagna.

OK, magari un’altra volta.

Se il confort deve partire dalla preparazione, penso, mi sento molto piu’ a mio agio a passare da Trader Joe’s – celebre supermercato radical chic – per comprare qualcosa. Fettine di banana fritte? Sono tentata, ma poi opto per un vassoietto di Sweet Sixteen: 16 mignon al prezzo stracciato di 7 dollari (piu tasse), e ci aggiungo pure una scatola di chicchi di caffe’ coperti di cioccolato.

Perche’ (e questo lo scopro alla cena) sebbene il comfort food americano sia basato su tanta carne, formaggio e poche verdure, sulla tavola luccicano chocolate chip cookie, una pie di pudding al cioccolato e more, brownie e il mio vassoietto di Sweet Sixteen. In fondo, ogni mondo e’ paese, e si sa: non c’e’ niente di piu’ confortevole della dolcezza!

Avanzi in spalla – vi ho spiegato che al potluck funziona cosi: quello che porti e non si mangia, te lo riporti a casa – me ne sono andata passeggiando lungo Cambridge Street. Il ponte del Museum of Science, poi le strade intorno al Massachusetts General Hospital. Fino a casa. Dove ho preso il termometro e scoperto che no, per ora non mi e passata la Febbe del Mercoledi Sera.

Voglia di pic nic a Boston

Boston vista dal fotografo Alex Mac Lean

Boston vista dal fotografo Alex Mac Lean

Non vedo l’ora che sia venerdì.

Non solo perche inizia il weekend. O perché è uno degli ultimi fine-settimana di lavoro prima delle ferie. O perché finalmente fa caldo e posso godermi il tempo libero all’aperto (e l’acqua col ghiaccio dei ristoranti).

Non vedo l’ora che sia venerdì perché stanno per sbarcare sulle coste dell’America nord-orientale due altissime rappresentanti del fascino italiano, armate di valigie vuote da riempire di shopping e biglietti per tour a Boston, New York, Provincetown e perché no, Las Vegas. Due esponenti emerite del “Fenice Fan Club”, pronte a lanciarsi nei fuochi d’artificio per la conclusione di questa avventura americana.

Seduta sul divano vintage – no, questo non è in vendita: è un prestito della padrona di casa – con una tazza di latte e un chocolate cookie, rimugino sul piano d’attacco. Prima il Duck Tour o una Sam Adams al Top of the Hub? Prima Harvard o lo shopping al Wrentham Outlet?

Una cosa è certa: ci sara un pic nic.

Mentre mi immagino con un abito tirolese a quadri rossi, due trecce e un cestino di vimini – niente male – ripercorro mentalmente la mia classifica delle migliori location da pic nic, a Boston.

Tre sono le zone che mi vengono in mente. Diverse, non troppo vicine; tutte ugualmente suggestive.

A cominciare dal Boston Harbor, uno dei miei spot preferiti in città. Romantico, sa di estate nel profumo dell’acqua e nella luce del tramonto che si riflette sui vetri degli yacht. Adoro il Rowes Wharf, proprio di fronte al lussuosissimo Boston Harbor Hotel, che ogni martedì sera ospita gruppi R&B o soul che suonano su una pedana di legno, sull’acqua. Per il pic nic, meglio attraversare il ponte di ferro lungo Northern Avenue,  verso la John Joseph Moakley Courthouse. Una volta passato il canale, in pieno spirito d’indulgenza, raccomando di voltarsi indietro: e guardare Boston spogliarsi dell’atmosfera nordeuropea a mattoncini rossi per vestire i panni più fieri di una metropoli americana, nei grattacieli del distretto finanziario.

Il pic nic vi fa venire voglia di un espresso? Non c’è posto migliore della Rose Kennedy Greenway, vicino al quartiere italiano di North End. Festival, spettacoli e una lunga passeggiata verde nel cuore di Boston. Sì, c’è persino il carosello con i cavalli di legno e fontane immense di acqua e luci (che vengono usate più come piscine, ma questa e un’altra storia). Cosa rende questa location ancor più perfetta? Il vicino mercato all’aperto di Haymarket, dove comprare 5 prugne a un dollaro, libbre di uva e ciliegie, manghi e ananas. Magari non sarà frutta organica, ma è colorata e saporita. E la potete sciacquare direttamente nelle fontane.

Una delle tante banchine lungo il fiume

Una delle tante banchine lungo il fiume

E se invece, come me, avete nostalgia della spiaggia e del profumo dell’olio di cocco, mettete su il bikini e sdraiatevi su uno dei tanti dock lungo il Charles River. Sulle larghe banchine di legno troverete proprietari di yacht che hanno appena attraccato, istruttori di canoa o widsurf, lifeguard con tanto di giubbotto salvagente. Unica nota: nonostante il bikini e l’olio di cocco, non aspettatevi che qualcuno si avvicini al vostro asciugamano per attaccare bottone. In fondo, siamo pur sempre nell’anglosassone Boston (e se qualcuno vi disturba, potete sempre fargli causa).

Il cookie è finito da un pezzo, e ancora non ho deciso dove andare per il pic nic. Non ho nemmeno l’abito a quadrettoni rossi, se è per questo.

Ma che importa.

Non vedo l’ora che sia venerdì. Quando l’attesa e l’emozione lasceranno spazio al divertimento. E, come mi è stato suggerito “we like this element”.

Domenica esotica

Il conto del Dim Sum

Il conto del Dim Sum

Domenica si fa il Dim Sum.

E il vero Dim Sum, a Boston, si fa solo a Chinatown. Per la precisione all’88 di Beach Street.

Cos’è il Dim Sum? Quando sono arrivata a Boston c’era un po’ di confusione. Chi diceva che erano ravioli cinesi ripieni, chi diceva che era un locale, forse un ristorante? Un alone di mistero che mi affascinò non poco, ricordo, tanto da farmi addentrare nelle vie tortuose e fritte che si snodano disordinate tra Downtown Crossing e l’autostrada. Alla volta di Chinatown.

Boston è una città ordinata e pulita, in cui le vie sono disposte in ordine alfabetico partendo dal parco: prima Arlington, poi Berkley, poi Clarendon… È tutta così, a parte due zone: il quartiere italiano e quello cinese. Specialmente Chinatown: del resto, qui, fino agli anni Novanta c’era il quartiere a luci rosse.

Il fumo che esce dai tombini e l’odore di fritto dei ristoranti sono molto più che clichè: sono elementi identificativi di una cultura. Insieme alle dita di pollo appese alle vetrine (e in vendita), alle bande di adolescenti in bicicletta, alle vecchiette che vendono l’aglio agli angoli della strada. Il tutto sotto striscioni decorativi vecchi di qualche stagione, sopra le cartacce dei marciapiedi. Il tutto all’interno del Paifang, il celeberrimo arco che fa da porta d’ingresso al quartiere.

E all’88 di Beach Street, non lontano dal Paifang, l’Hei La Moon Restaurant serve il miglior Dim Sum di tutta Boston. Roba che, lo dicono i cinesi, si trova solo a Pechino.

Non spaventatevi per la folla. Il locale, su due o tre piani, è immenso e l’attesa limitata a pochi minuti. Una volta dentro, seduti a una di quelle tavole con la tovaglia rossa ricamata in finto pizzo, guardate i carrelli che passano. E cominciate il Dim Sum.

Uno dei carrelli all'Hei La Moon

Uno dei carrelli all'Hei La Moon

Dal cinese “un po’ di cuore”, il Dim Sum altro non è che un modo di mangiare. Uno stile culinario, se volete, che consiste nel servire una miriade di piatti in ordine sparso e piccole porzioni, accompagnati da tè. Carne (soprattutto maiale) e pesce, verdure, frutta e dolci, il tutto presentato in piccoli cestini di bambù, su carrelli guidati da cameriere che parlano solo cinese. Non si ordina: si indica il piatto, e la cameriera lascia un appunto su un foglietto al centro della tavola. Quello servirà per il conto.

Una tradizione nata lungo le Vie della Seta, dove viaggiatori stanchi avevano l’abitudine di fermarsi per bere del tè e consumare qualche snack. Una cultura viva ancora oggi, che porta sulle tavole delle Chinatown del mondo palline di maiale in pasta di pane al vapore, ravioli, palle di riso ripiene di carne, pesce e verdure. Il mio cestino preferito? Quello di jien duy: cuore alla crema di legumi dolci rossi, copertura di pastella soffice e semi di sesamo legati col miele. Ovviamente fritto, ma io lo mangio per il significato simbolico: la forma rotonda e il colore dorato sono sinonimo di Fortuna mentre il lievitare della palla durante la frittura indica grandi guadagni da piccoli investimenti!

Palle di sesamo

Palle di sesamo

Questo è il Dim Sum: atmosfera frenetica e rumorosa, carrelli pieni e un’unica regola: puntare il dito verso quello che ti piace, e avere il coraggio di assaggiare. Anche le dita di pollo, fritte ma senza unghie. Pare che vadano tanto, a Hong Kong.

Dillo con un biglietto

Un biglietto pro-shopping

Un biglietto pro-shopping

C’è un episodio nella serie “I love shopping” – celeberrimo romanzo stile chick-lit che, fra l’altro, sta per uscire al cinema – in cui la giovane e shopping-addicted Becky, in vacanza a New York, spende centinaia di dollari in biglietti di auguri.

Di quelli che si vendono in tutte le cartolerie, con corredo di busta colorata e frasi prestampate a volte di dubbio gusto.

Che esagerazione, ricordo di aver pensato leggendo la disavventura di Becky.

Poi sono venuta in America, e ho cambiato idea.

Non è tanto l’originalità tecnologica dei biglietti. Tipo quelli con vari gadget attaccati, teatrini con  marionette mobili o a forma di comodini da cui si estraggono i cassetti. Ci sono quelli con la musica quando li apri e quelli con un micro-registratore incorporato, per spedire un messaggio vocale. Fino a quelli sagomati intorno a una gift card, cioè una carta prepagata da spendere in qualche negozio (ce l’hanno tutti, dagli Starbucks alle farmacie): un’idea regalo geniale che in Italia non ho mai visto.

Quello che più mi colpisce del fenomeno “dillo con un biglietto” è il cosiddetto “mercato delle occasioni”: c’è un biglietto veramente per qualunque messaggio. E soprattutto, c’è una combinazione per ogni mittente e destinatario.

Messaggi di auguri per i matrimoni, tutti adattati a seconda chi spedisce e chi riceve: per la sposa da parte dello sposo, per lo sposo dalla sposa, per il testimone dalla damigella d’onore e così via. Buon Battesimo, Comunione, Cresima, Bar e Bat Mitzvah. E pure iniziazione allo yoga. Ci sono gli auguri per la laurea da parte della mamma, per il diploma da parte del nonno, fino a quelli di incoraggiamento per il primo giorno di scuola.

Un biglietto di auguri per la Laurea

Un biglietto di auguri per la Laurea

Biglietti per ringraziarti di: avermi fatto un prestito, insegnato a suonare il piano, guardato il cane mentre ero in vacanza. Solo la scelta per gli auguri di compleanno include: auguri generici, da un amico, spiritosi, per lui, per lei. E ancora per bambini, per specifiche età, per un parente, un fidanzato, un innamorato. Puoi dire Buon Compleanno. Scusa per essermi dimenticato del tuo compleanno. Per fortuna mi sono ricordato del tuo compleanno solo con un giorno di ritardo.

I più disparati abbinamenti di mittente e destinatario, moltiplicati all’ennesima ricorrenza, felice e non. Condoglianze religiose per la scomparsa di un parente, spirituali per la perdita di un conoscente. Fino a quelle di solidarietà per la scomparsa del – incredibile ma vero – cane di famiglia.

Insomma, qualunque sia il vostro messaggio, in America qualche copywriter l’avrà probabilmente già scritto, e stampato. A voi (solo) l’onere di trovarlo, in una moltitudine di opzioni che lasciano, paradossalmente, senza parole.

Io? Senza dubbio sono entrata nella mentalità. E spedisco almeno un bigliettino a settimana. 41 centesimi per gli Stati Uniti, 94 per l’Italia.

Un biglietto eco-friendly

Un biglietto eco-friendly

Paese che vai, feste che trovi

Distributore di iPod da Macy's

Distributore di iPod da Macy's

Da ieri io e my Mr Big siamo un po’ più americani.

E stavolta non è questione di onion rings o pizza col cheddar cheese al posto della mozzarella. Nel mondo a stelle e strisce si entra anche passando per gli Apple Store. E comprando un iPod.

Non so a che punto sia la iPod-mania in Italia. Ma a Boston l’iPod ti “serve” per camminare per strada, lavorare al computer senza sentire i tuoi colleghi (tanto, comunque, non parla nessuno), fare la spesa o la lavatrice al laundromat, prendere metro, autobus, commuter rail e chi più ne ha più ne metta. È impensabile iscriversi in palestra senza avere un nanocromatic, non solo per il tapis roulant, ma per la sala pesi e tutto il resto.

In ascensore stamattina: cinque persone, quattro iPod. Non volgari lettori mp3. Sempre e solo iPod. Che poi sia assemblato in Cina come tutti gli altri, poco importa. Il marchio è l’inconfondibile mela di Cupertino, California (e chissà se alla Apple sapessero del celeberrimo spot della Mentadent che abbiamo in Italia…).

Cuffiette quando cammini per strada; cuffiette in fila al supermercato. Un mercato tale che ormai gli iPod si vendono in distributori automatici, tipo quelli delle sigarette fuori dai tabaccai o della Coca Cola, piazzati un po’ ovunque, dagli aeroporti ai grandi magazzini. Una mania tale da lanciare la moda dei “Silence iPod Dancing Party“, dove ognuno – in silenzio – balla la sua musica, con le sue cuffiette. L’anno scorso me lo sono perso. Ma per quest’anno sono pronta.

E dopo mi mancherà solo una serata sul Bustonian, tipico autobus-discoteca con tanto di luci psichedeliche e DJ che si affitta per feste ambulanti, per le strade della città.

Paese che vai, feste che trovi.

Party amulante sul Bustonian bus, per le strade di Boston

Party ambulante sul Bustonian bus, per le strade di Boston

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