E vola la Fenice

Ed eccomi arrivata.

L’hostess mi accoglie con un sorriso gentile. Finché le sfodero i tre bagagli a mano e lei mi chiede cortesemente di accomodarmi al posto, mentre insieme a un paio di steward cerca di ficcare il borsone di Carpisa e una borsa con alcune stampe – ricordo del MoMA – nell’apposito vano sopra di noi.

L’aereo, neanche a farlo apposta, porta un leggero ritardo. I sedili della Prima Classe sono pieni di coppie al rientro dal viaggio di nozze, mentre giovani dalle lunghe occhiaie si stipano nei sedili dell’Economica, ancora eccitati per quella che sembra essere stata un’indimenticabile vacanza-studio in qualche college americano.

Al check-in ho chiesto il “finestrino”. In genere non lo scelgo mai per i viaggi lunghi, preferisco la comodità di alzarmi quando mi pare senza dover scavalcare il tipo seduto al mio fianco che dorme o – peggio ancora – è anche lui incastrato tra il tavolinetto reclinabile e quella macedonia di frutta giallo senape.

Ma non questa volta. Oggi voglio concedermi un ultimo malinconico sguardo a Boston. Alla mia Boston.

La cintura di sicurezza è allacciata, i motori rombano, l’aereo comincia la sua corsa finché si stacca leggero in un cielo afoso che volge a sera.

Ripenso a questi ultimi giorni. Alla torta di vaniglia e cioccolato che ho tagliato l’ultimo giorno in ufficio; ai brindisi di cosmopolitan dei vari farewell party; alle valigie pesanti; alle ultime pulizie di casa; alle lacrime quando ho salutato Mara e Cinthya; all’ultima mancia del 20% che ho lasciato al pub irlandese stamattina, a pranzo.

Mi affaccio dal finestrino. Boston – neanche a farlo apposta – è alle mie spalle. Non riesco a vedere i contorni del Prudential né il John Hanckock, solo le torri di controllo del Logan Int’l Airport, e l’oceano. Eppure quel paesaggio è sempre vivido nei miei occhi, rassicurante, familiare.

La Fenice, ancora una volta, è in volo. Con le sue piume bianche, rosse e blu si adagia sul sedile di questo Airbus Alitalia e lascia che il sole, quello che sta tramontando nei cieli di Boston, la “incendi”. Lascia che le disavventure americane, le risate e le arrabbiature si accendano di un’ultima luce “a stelle e strisce”, prima di consumarsi in cenere.

E tra le nuvole e l’aperitivo di Sauvignon Blanc ecco che un nuovo uccello sta risorgendo, proprio da quelle ceneri. (OK, dalle ceneri e dal vino – perché da sobria non credo che avrei potuto vedere tanto misticismo in un volo partito con 45 minuti di ritardo.)

Si dice che “dalla gola della Fenice giunge il soffio della vita”. Così è stato in quel pomeriggio di agosto di un anno fa, quando nasceva questo blog.

E così è oggi, davanti ai vostri occhi di lettori e curiosi.

La Fenice risorge, ancora una volta, dalle sue ceneri, e vola fiera verso le coste dell’Italia. Come un Enea, per fondare qualcosa di nuovo. Come un Ulisse, per tornare alla sua amata Itaca (e al suo Mr Big, sperando che non ci siano Proci in giro).

Un volo che segna l’inizio di una nuova storia: quella di un’americana a Roma. E se anche – come disse il grande Albertone – il latte “lo damo ar gatto”, lo spirito naive da americana (“ma in Italia c’è l’Apple Store?”) me lo tengo.

Per vivere da turista nella mia Roma, da straniera a casa. E per raccontare le gioie e i dolori di un paese, l’Italia, anch’esso pieno di stranezze e contraddizioni, che sicuramente mi regalerà tante “divertenti” avventure.

A cominciare dal prossimo matrimonio della Fenice con my Mr Big.

Ma questa, è tutta un’altra storia.

La Fenice di Boston, Blog

La Fenice di Boston, Blog

Caro lettore, ebbene sì: hai appena letto l’ultimo post della Fenice di Boston. L’ultimo capitolo di una storia che non sarebbe stata tanto colorata – e colorita – senza i tuoi commenti, il tuo stupore, la tua curiosità. Grazie per avermi accompagnato in questo viaggio, a presto!

Voglia di pic nic a Boston

Boston vista dal fotografo Alex Mac Lean

Boston vista dal fotografo Alex Mac Lean

Non vedo l’ora che sia venerdì.

Non solo perche inizia il weekend. O perché è uno degli ultimi fine-settimana di lavoro prima delle ferie. O perché finalmente fa caldo e posso godermi il tempo libero all’aperto (e l’acqua col ghiaccio dei ristoranti).

Non vedo l’ora che sia venerdì perché stanno per sbarcare sulle coste dell’America nord-orientale due altissime rappresentanti del fascino italiano, armate di valigie vuote da riempire di shopping e biglietti per tour a Boston, New York, Provincetown e perché no, Las Vegas. Due esponenti emerite del “Fenice Fan Club”, pronte a lanciarsi nei fuochi d’artificio per la conclusione di questa avventura americana.

Seduta sul divano vintage – no, questo non è in vendita: è un prestito della padrona di casa – con una tazza di latte e un chocolate cookie, rimugino sul piano d’attacco. Prima il Duck Tour o una Sam Adams al Top of the Hub? Prima Harvard o lo shopping al Wrentham Outlet?

Una cosa è certa: ci sara un pic nic.

Mentre mi immagino con un abito tirolese a quadri rossi, due trecce e un cestino di vimini – niente male – ripercorro mentalmente la mia classifica delle migliori location da pic nic, a Boston.

Tre sono le zone che mi vengono in mente. Diverse, non troppo vicine; tutte ugualmente suggestive.

A cominciare dal Boston Harbor, uno dei miei spot preferiti in città. Romantico, sa di estate nel profumo dell’acqua e nella luce del tramonto che si riflette sui vetri degli yacht. Adoro il Rowes Wharf, proprio di fronte al lussuosissimo Boston Harbor Hotel, che ogni martedì sera ospita gruppi R&B o soul che suonano su una pedana di legno, sull’acqua. Per il pic nic, meglio attraversare il ponte di ferro lungo Northern Avenue,  verso la John Joseph Moakley Courthouse. Una volta passato il canale, in pieno spirito d’indulgenza, raccomando di voltarsi indietro: e guardare Boston spogliarsi dell’atmosfera nordeuropea a mattoncini rossi per vestire i panni più fieri di una metropoli americana, nei grattacieli del distretto finanziario.

Il pic nic vi fa venire voglia di un espresso? Non c’è posto migliore della Rose Kennedy Greenway, vicino al quartiere italiano di North End. Festival, spettacoli e una lunga passeggiata verde nel cuore di Boston. Sì, c’è persino il carosello con i cavalli di legno e fontane immense di acqua e luci (che vengono usate più come piscine, ma questa e un’altra storia). Cosa rende questa location ancor più perfetta? Il vicino mercato all’aperto di Haymarket, dove comprare 5 prugne a un dollaro, libbre di uva e ciliegie, manghi e ananas. Magari non sarà frutta organica, ma è colorata e saporita. E la potete sciacquare direttamente nelle fontane.

Una delle tante banchine lungo il fiume

Una delle tante banchine lungo il fiume

E se invece, come me, avete nostalgia della spiaggia e del profumo dell’olio di cocco, mettete su il bikini e sdraiatevi su uno dei tanti dock lungo il Charles River. Sulle larghe banchine di legno troverete proprietari di yacht che hanno appena attraccato, istruttori di canoa o widsurf, lifeguard con tanto di giubbotto salvagente. Unica nota: nonostante il bikini e l’olio di cocco, non aspettatevi che qualcuno si avvicini al vostro asciugamano per attaccare bottone. In fondo, siamo pur sempre nell’anglosassone Boston (e se qualcuno vi disturba, potete sempre fargli causa).

Il cookie è finito da un pezzo, e ancora non ho deciso dove andare per il pic nic. Non ho nemmeno l’abito a quadrettoni rossi, se è per questo.

Ma che importa.

Non vedo l’ora che sia venerdì. Quando l’attesa e l’emozione lasceranno spazio al divertimento. E, come mi è stato suggerito “we like this element”.

100 fan su Facebook per il peggio di Boston (parte II)

Architettura urbana al MIT. Boston, MA

Architettura urbana al MIT. Boston, MA

Freddo, aria condizionata, traffico, inquinamento acustico e orari commerciali risicati. Cos’altro offre il “peggio” di Boston?

Sei: gli animali domestici. Ho già detto che Boston è una città pet friendly in cui i cani viaggiano sui pulmini. Purtroppo l’amichevolezza si estende ad altri tipi di animali, nella fattispecie topi e ratti. E millepiedi e passeri, nella storia di casa mia e di my Mr Big. Non conosco nessuno che non abbia avuto almeno un “rodincontro” a casa propria, così come non conosco nessuno che se ne sia più di tanto scandalizzato. I topi, insomma, sono parte della quotidianità, qui a Boston. L’unico problema è quando, dopo aver mangiato il veleno seminato in tutti gli angoli di casa, muoiono dentro qualche parete. Poi puzzano, pure.

Sette: l’immondizia a giorni prestabiliti. Gli Stati Uniti sono, da Inno, il Paese degli Uomini Liberi. Ma a Boston questa libertà non si estende…all’immondizia. Abitare in città vuol dire avere l’obbligo di buttare la spazzatura a giorni prestabiliti, a pena di una sanzione pecuniaria sul migliaio di dollari. E, tanto per rendere il tutto più avventuroso, non ci sono secchioni: l’immondizia, a Boston, si lascia la sera in strada. Davanti al portone o dietro il palazzo, alla mercè di animali randagi e accattoni notturni che trivellano le buste di plastica nella speranza di trarne qualcosa, lasciando assorbenti e boccette di shampoo sparpagliati sul marciapiede. La mattina dopo sembra di essere sul set di qualche film fantascientifico, a zigzagare tra i rifiuti e i detriti di un attacco alieno.

Otto: mangiare e bere. Mangiare a Boston costa. Mangiare bene, costa tanto. Mangiare organico, costa una fortuna. A partire da 3 dollari per una pianta di lattuga, o 8 dollari per un pound (mezzo chilo) di ciliegie. Perché Boston è una città benestante, così dicono, per cui tutto costa un po’ di più. Mangiare al ristorante, d’altro canto, è quasi un rischio. Per esempio aspettatevi che la bistecca alla griglia sia servita su un letto di burro, il pesce in fratellanza congiunta con la salsa tartara, la pizza accompagnata da un sughetto o salsa Alfredo per intingerci la crosta, e così via. Il tutto da mandare giù con bevande congelate. Dalle sode ai cocktail, tutto arriva alla tua bocca a una temperatura da congestione lampante. Il peggiore? Il bicchiere d’acqua. Servito gratuitamente appena entri in qualsiasi locale, il bicchiere è appannato mentre l’acqua si fa spazio tra una mezza dozzina di cubetti di ghiaccio. Anche quando fuori nevica.

Nove: i taxi. Un tassinaro alla Alberto Sordi, a Boston, non avrebbe mai fatto fortuna. Perché quando prendi un cab, qui, devi nell’ordine:
•    Dire dove vuoi andare (e fin qui…).
•    Spiegare al tassista che strada vuoi fare.
•    Mostrare eventualmente al tassista una mappa di Google Map per aiutarlo a portarti dove devi andare.
•    Non sorprenderti se il tassista ti fa scendere, perché non ha la minima idea di come portarti dove gli stai chiedendo di andare.

Dieci: le case di legno. Non so dove fossero i Bostoniani quando è stato inventato il cemento. O quando Jacobs Joseph scrisse la favola dei Tre Porcellini che costruivano casa. Ma insomma, lo sanno tutti che le costruzioni di legno non durano! Scricchiolano, si incendiano facilmente, e quando le assi si sconnettono il pavimento si alza e finisci col vedere quello del piano di sotto. In più devi avere un rilevatore antifumo in ogni stanza, accendere il tostapane sotto la finestra per evitare che scatti l’allarme, avere una scala esterna (antincendio) che comodamente collega la strada alla tua camera da letto. E sperare che sia “vietato” ai ladri di usarla.

Insomma, onestamente, non è tutto oro quello che luccica. La vita è tutta questione di prospettive, in fondo. E l’Italia, qui a Boston, è considerata “esotica”.

La mia prospettiva? Me la sto godendo proprio ora, al bancone del Trident Booksellers & Cafe su Newbury Street, gustando un muffin alla carota e un succo di ananas, mela, carota e sedano. Connessione internet gratuita, libri e riviste sugli scaffali intorno, e un vicino di tavolo al computer, che scrive, pure lui. Senza aria condizionata, perché questo è un posto environmentally friendly.

A Boston c’è anche questo.

100 fan su Facebook per il peggio di Boston

 

Un'irriverente rassegna del "peggio" di Boston, MA

Un'irriverente rassegna del "peggio" di Boston, MA

Grazie, grazie e ancora grazie! Per aver corso, insieme a me, verso il 100esimo fan de La Fenice di Boston.

Ma perché ero alla ricerca di 100 fan? E cosa significa “registrare il marchio della Fenice su Facebook”?

Mi spiego. Dal giugno scorso Facebook.com dà la possibilità di registrare la propria URL. Il che significa anziché avere un generico www.facebook.com/blablabla/123stella, è possibile creare un più “esclusivo” indirizzo internet www.facebook.com/fenicediboston. Unico requisito: avere almeno 100 fan.

Chiamatelo brand management – o semplicemente vanità! – ho deciso di sfidarmi e di provare a fare mio quell’indirizzo (e i 100 fan!). Grazie al vostro sostegno e al passaparola, in pochissimi giorni ce l’abbiamo fatta. A creare una piccola comunità di amanti degli States, nostalgici di Boston, viaggiatori, sognatori dalla valigia facile, avventurieri virtuali e reali che vogliono conoscere cosa c’è al di là delle Colonne d’Ercole (ovunque esse siano).

Ai primi e preziosissimi 110 fan della Fenice, voglio fare un regalo. Insolito. Una rassegna irriverente del “peggio” di Boston in 10 punti. Del resto, non eravate anche un po’ stanchi di sentire solo quanto sia bella la vita qui?

Uno: il clima. La Luna Nera di questa città, comunque, è il clima. Inverni lunghi e bui, temperature gelide e venti artici, bufere di neve e tanto, tanto freddo. Che dura da ottobre a maggio (anzi, quest’anno fino a luglio), senza tregua, senza rispetto di quella splendida invenzione della natura chiamata “stagioni”. E quando il freddo si placa, l’aria ristagna di afa fino a trasformare questo ghiacciolo in una minestra appiccicosa e bollente. O freddo polare o aria soffocante, niente vie di mezzo. Insomma, onestamente, il tempo qui a Boston non è proprio un fiore all’occhiello.

Due: l’uso smodato di aria condizionata. Quando Benigni è venuto a Boston a presentare TuttoDante, la sua prima battuta è stata: “Ma che problema avete con l’aria condizionata?”. In una città dove la temperatura di rado supera i 25 gradi centigradi (forse un paio d’ore a metà luglio), l’aria condizionata pare essere sempre e comunque un elemento imprescindibile. Centri commerciali e supermercati, mezzi pubblici e negozi sono centri di ibernazione gratuita. Quell’aria fredda e secca, anestetizzante oserei dire. Quel bocchettone minaccioso che non importa dove ti siedi: ti spara sempre addosso. Quella sensazione da pelle d’oca che ti lascia perennemente intirizzito. L’importante, per loro, è stare sempre almeno 10 gradi sotto la temperatura esterna. Ma, vi chiederete, i Bostoniani, quelli delle infradito e degli abiti prendisole da aprile a settembre, non sentono freddo? Penso di sì. Per questo, insieme all’aria condizionata, si accendono le stufette elettriche.

Tre: il traffico sempre congestionato. Mi è capitato di sentirlo, più di una volta: Boston è una città piccola con i problemi delle grandi metropoli. Leggasi: il traffico. Spostatevi a piedi o in bicicletta, se potete. Ma nel momento in cui salite in auto, mettetevi l’anima in pace e seppellitevi nelle grandi autostrade che circondano Boston. La I93, la I90; non importa quante corsie, il traffico in entrata e uscita dalla città è sempre, perennemente, congestionato. Chiedetelo a my Mr Big. E se questo non vi basta, sappiate che i Bostoniani sono considerati i peggiori automobilisti d’America. Una tribù del volante che non rispetta i segnali stradali, considera i semafori mere decorazioni artistiche delle strade, non è in grado di parcheggiare una smart in uno spazio che ospiterebbe un autobus.

Quattro: l’inquinamento acustico. Non so se esiste un protocollo internazionale contro l’inquinamento acustico. Ma se esiste, sono piuttosto sicura che la città di Boston non vi abbia aderito. Per chiarire qualsiasi dubbio, vi basterà camminare un paio di isolati e perdere una parte del timpano dietro all’ambulanza di turno che sta attraversando l’incrocio, dopo un attacco di tachicardia causato dalla sirena violenta di quattro camion dei pompieri che vanno a spegnere un tostapane in corto circuito, prima di costituirvi volontariamente a un auto della polizia solo per farle spegnere la sirena. Del resto sotto la luce dei lampeggianti sembra quasi di essere su un palco di Las Vegas. Sarà che devono tenere i volumi così alti perché i Bostoniani camminano isolati nei loro iPod?

Cinque: gli orari commerciali. McDonald’s, farmacie e supermercati sono aperti in genere 24 ore su 24, sette giorni su sette. Tutto il resto ha orari da educanda del nord Inghilterra. I negozi di quartiere chiudono alle 18, i locali notturni alle due di notte. E solo come gentile concessione alla città di Boston: in tutto il resto del Massachusetts la movida notturna finisce all’una.

Continua domani…

Cercasi fan “disperatamente”…trovati!

Trovati, i primi 100 fan de “La Fenice di Boston”!

Un traguardo inaspettato e graditissimo! Da oggi la Fenice esiste su Facebook all’indirizzo registrato www.facebook.com/fenicediboston.

Grazie a tutti i fan!

Per celebrare, in arrivo un articolo su…

IL PEGGIO DI BOSTON!

Non ve l’aspettavate, eh?

E ora, caccia ai prossimi 100…

 

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