Tutti i nomi del Garden

Cambia nome il TD Banknorth Garden

Cambia nome il TD Banknorth Garden

C’e’ fermento oggi a Boston per il nuovo battesimo dello stadio.

Il “vecchio”  TD Banknorth Garden, casa dei Celtics e dei Bruins, da oggi infatti avra’ un altro nome. Nato come Boston Madison Square Garden nel 1928, lo stadio fu demolito e ricostruito a meta’ degli anni Novanta sotto il nome di Shawmut Center. Poi FleetCenter, poi The Jungle (nomignolo scelto dai Celtics per celebrare un’incredibile rimonta ai Playoff del 2002). L’insegna fu addirittura messa all’asta da Bank of America, ennesimo nuovo proprietario, nel 2005. Incredibile ma vero, vinse l’asta un avvocato newyorkese che voleva intitolare lo stadio a un giocatore degli Yankees, tanto per prendere in giro Boston (praticamente l’Olimpico intitolato a Maldini o Del Piero). L’asta, facile immaginarlo, fu mandata all’aria e lo stadio intitolato al piu’ politically correct Jimmy Fund Center.

Finche’ nel marzo 2005 la banca TD Banknorth vinse i diritti sul nome dello stadio, e recupero’  l’appellativo “Garden” come omaggio al primo Boston Madison Square Garden. Il TD Banknorth Garden era nato.

Oggi, mentre gli operai finiscono di staccare le lettere dall’insegna luminosa, noi bostoniani ci prepariamo a inaugurare il nuovo stadio.

La prossima stagione dei Celtics e dei Bruins la vedremo al…

…TD Garden!

Sox & The City

Fenway Park

Fenway Park

Boston, e i bostoniani, vivono per i Red Sox.

Grazie a fedelissimi tifosi e membri della Red Sox Nation, la squadra di baseball può vantare una delle più lunghe serie di “tutto-esaurito” allo stadio. Precisamente, 500 partite di fila sold-out; un traguardo festeggiato mercoledì scorso.

Ora, il baseball è anche uno sport, come dire, “lento” (per usare un eufemismo). Di due squadre in campo, solo due giocatori sono in movimento. Per un totale di 9 tempi (o inning), che durano almeno 3 ore e mezza.

Che noia, pensavo. Prima di rendermi conto che il divertimento è ben lontano dal campo di gioco e andare a vedere una partita ha ben poco a che fare con lo sport – per lo meno con lo sport come lo intendiamo noi (leggi: europei-malati-di-calcio-che-si-accoltellano-sugli-spalti).

L’acquisto del biglietto
Comprare i biglietti dei Sox è una specie di mission impossible. Uno stadio di 36.000 posti per una città, anzi, per una regione di milioni di tifosi rende l’equilibrio domanda-offerta abbastanza rigido. Molti (o tutti?) biglietti sono acquistati a inizio stagione, e poi rivenduti a ridosso delle partite a un prezzo maggiorato anche del 100%, da bagarini più o meno legali. Un biglietto per una partita con gli Yankee? Può costare anche oltre i 10.000 dollari.

Ma una volta messe le mani sul ticket, si entra a pieno titolo nella Hall of Fame dei tifosi dei Sox, si guadagna un 20% di sangue bostoniano e se ci aggiungete pure una maglietta o un cappellino con lo stemma dei Calzini Rossi, siete ufficialmente a un passo dall’ottenere la cittadinanza.

Fenway Park è la "casa" dei Sox dal 20 aprile 1912

Fenway Park è la "casa" dei Sox dal 20 aprile 1912

L’arrivo allo stadio
Benvenuti a Fenway Park, lo stadio dei Sox dal 1912 e una delle icone della città.

In quel fazzoletto di terra a sud-ovest di Boston, tra bagarini e venditori di cappellini, urlatori che distribuiscono il “programma” della partita e tifosi in fila ai cancelli, l’emozione sale come il fumo dagli stand di hot dog, si profonde nell’aria fino a creare un’atmosfera da finale di Champions League. Le bandiere di Fenway sventolano, la musica all’interno dello stadio è già alta, 40.000 mila persone appena uscite dalla metropolitana o dai parcheggi vicini sfoderano cappelli e magliette. E se non hai il biglietto ma vuoi partecipare allo spettacolo, una mezza dozzina di bar e pub piazzati proprio sotto gli spalti offre la partita su tv al plasma. E, ovviamente, boccali di birra.

Il tifo
La regola è una e semplice. Odiare i New York Yankee. La pratica è ancora più semplice. Se ne vedi uno, alzagli il berretto e versagli un bicchiere di birra in testa. Paese che vai, goliardia che trovi.

La partita: 7 inning per mangiare…
Hot dog, pollo fritto con patatine, panino con salsiccia e cipolla, pizza. Zucchero filato, pop corn caramellati, praline al cioccolato, noccioline. Birra, birra e birra. Una volta fischiato l’inizio della partita, hai 7 inning per fare avanti e indietro dal tuo sedile ai fast food distribuiti lungo i corridoi dello stadio. Per mangiare. “Ma siamo qui per lo sport o per mangiare?”, chiedo, un po’ sorpresa nel vedere che la maggior parte del pubblico non guarda la partita, ma è in fila per uno snack. La risposta? “It’s all about food”. Bene.

Menu a Fenway Park

Menu a Fenway Park

Ma attenzione: i ristoranti chiudono alla fine del settimo tempo. Se vuoi “sopravvivere” all’ultima mezz’ora di partita consiglio vivamente di portare qualche snack da casa. E per ingannare il tempo consiglio anche di provare a sbucciare arachidi con una mano sola, e bere con l’altra. Mi sembra di vedermi, concentratissima, mentre con lo sguardo sul tipo davanti a me cerco di capire quando è il momento di alzarmi dalla sedia. Del resto, sono qui anche per tifare!

…e due inning per cantare
Ma non è tutto cibo. I due momenti clou della serata sono scadenzati alla fine del settimo e dell’ottavo inning. Quando la folla, rimpinzata di salsicce e patatine fritte e riscaldata da galloni di birra, si lancia in due coinvolgenti interpretazioni musicali. Take me to the ball game, l’Inno dei Red Sox, vibra tra il pubblico alla fine del settimo inning. Prima che Sweet Caroline risuoni a squarciagola sugli spalti dopo l’ottavo. Del resto, siamo qui anche per la festa!

Florida Marlins at Boston Red Sox

Florida Marlins at Boston Red Sox

Lo sport
Ok, ok. Non è solo questione di magliette, hot dog e musica pop. C’è anche lo sport. E il baseball, credetemi, non è poi così male. Magari se rivedessero qualche regola e lo velocizzassero un po’ sarebbe pure meglio.

Ma il momento della Home Run, quando il battitore rilancia la palla così forte da proiettarla direttamente fuori dallo stadio, e inizia a correre lungo le tre basi, fino a tornare alla casa base, e segna un punto, e tutto lo stadio è i piedi…

Wow, penserete senza fiato, ne è veramente valsa la pena.

Voglia di stracittadina

La maratona di Boston, foto di www.boston.com

La maratona di Boston, foto di www.boston.com

Oggi ho deciso che parteciperò alla maratona di Roma.

Magari alla mezza maratona. Magari insieme a qualcuno di quei gruppi che la fanno camminando, tanto per non strafare.

Dopo aver passato la finish line – da pedone, incluse foto con my Mr Big davanti al traguardo di Copley Square. Dopo aver visto sventolare le bandiere, le prove tecniche sui maxi-schermi, e le famiglie degli atleti vestite in “felpe da incitamento” stampate per l’occasione – “Go, John! Go!“. Dopo aver sfilato davanti ai pulmini delle stazioni radio e TV, e calpestato l’asfalto che di lì a poco avrebbe accolto gazelle e tartarughe. Dopo tutto il tram tram di emozioni, la risoluzione è una e una soltanto: voglio fare la stracittadina.

Ci sono oltre 150 italiani in corsa per le strade di Boston oggi. Ho trovato la lista completa su podisti.net. E in pieno spirito nazionalista – come quando vado alla macchinetta del caffè, nascondo le bustine di “French Roast” e tiro fuori quelle di “Italian Espresso” – mi sono segnata i numeri delle pettorine per seguirli su internet. Micro-chip nelle scarpe, infatti, mandano segnali in tempo reale sulla velocità e la posizione di tutti gli atleti.

Verso le 3 scendo in strada. Due colleghi sono in gara e tutto l’ufficio si è raccolto dietro le transenne di Boylston Street per incitarli negli ultimi metri. Prima del traguardo.

Ci sono atleti giovani e anziani, una ragazza non vedente insieme al compagno che la guida e un tipo mascherato da…hamburger. Una donna incinta mostra con orgoglio il pancione, un’altra sta correndo a piedi nudi.

C’è chi corre per raccogliere fondi per la ricerca o per tante altre grandi cause, urlate da uno scarabocchio sulla guancia o un disegno proprio sopra la pettorina, e chi corre semplicemente per se stesso.

Ma tutti corrono per uno statement, un’affermazione, un messaggio.

Qualunque cosa loro vogliano gridare, noi siamo qui per ascoltarla.

Boston città di runner

Boston città di runner

Boston città di runner

Ok, questa non posso non raccontarla.

C’è un negozio di abbigliamento sportivo su Boylston Street in zona Copley, nel cuore della città, specializzato in abbigliamento da corsa. La corsa, dal jogging al running, è la quinta essenza dei bostoniani, che ogni giorno e in ogni stagione percorrono miglia e miglia di marciapiedi e strade sterrate, dalle vie del centro ai sentieri lungo il fiume. Li vedi all’alba d’inverno con giacche e fuseaux termici, nelle sere d’estate con pantaloncini corti. Corrono sulla neve, sotto la pioggia, quasi sempre in strada ma anche nelle palestre, dove dozzine e dozzine di tapis roulant con TV incorporata mettono alla prova motivazione e resistenza.

Comunque, se vuoi correre da bostoniano a Boston, non puoi esimerti da una tappa al Marathon Sports su Boylston Street. Da gennaio in vetrina è esposto un super orologio con conto alla rovescia puntato sulla celeberrima Boston Marathon, che si tiene ogni anno a fine aprile. L’orologio conta le ore che mancano alla maratona.

Ma il pezzo forte del Marathon Sports è la loro policy di prova. Prima di comprare le scarpe, ovviamente, devi provarle. Ma non su un divanetto, come in tutti i negozi. No: devi indossare le scarpe, uscire dal negozio, e correre.

Più di una volta, guardando i potenziali clienti che si allontanano di corsa dal negozio, con il commesso che annuisce mentre osserva il movimento dei piedi, penso a quella scena de I Laureati, quando Pieraccioni e gli altri fingono una gara di corsa fuori dal ristorante, per non pagare il conto.

Solo che questi dopo la corsetta intorno all’isolato tornano al negozio, e pagano.

Ma dove si allena Phelps?

La piscina a tre corsie del BSC

La piscina a tre corsie del BSC

Quanti metri ti mancano?“, mi chiede il tipo in corsia con me.

E io capisco subito che non è americano. Perché qui in America, dove tutto ha una “prospettiva diversa”, le strade sono lunghe miglia, le persone pesano libbre e le piscine si misurano in yard.

Non so dove si alleni Phelps, per preparare le volate in vasca olimpionica. Ma ricordo che quando sono andata un po’ in giro per la città, per cercare una piscina, l’offerta si limitava a piccole bagnarole sui tetti degli alberghi, dove ti danno i pesi da legarti in vita per fare resistenza mentre nuoti, e paleolitiche strutture stile Berlino est in ferro e legno. Per “fortuna” ho trovato pure una “mezza” piscina a tre corsie, e mi ci sono iscritta.

Una volta indossati cuffia, costume e occhialetti – c’è pure chi viene con le pinne ai piedi – l’incontro con la deontologia del nuotatore americano è stato estremamente affascinante.

Primo: nella terra dell’individualismo, si nuota al massimo in due per corsia. Il che significa che se la piscina ha tre corsie e ci sono già sei persone in totale, si aspetta – pazientemente – che qualcuno finisca. All’inizio non ci volevo credere, poi mi sono dovuta adattare.

Secondo: la segnaletica a bordo vasca è un magistrale miscuglio di profezie da fine del mondo e manuale delle giovani marmotte:

  • In caso di lampi e temporale, tutti i nuotatori devono uscire immediatamente dalla piscina e aspettare almeno mezz’ora prima di rientrare. Ovviamente, la piscina è al coperto.
  • Vietato entrare in vasca con il costume sporco.
  • Vietato gettare nell’acqua materiale tossico o altamente inquinante, che possa attentare alla salute degli altri nuotatori.
  • Vietato l’ingresso ai minori di 18 anni non accompagnati. Per i maggiori di 18 anni, nuotate da soli a vostro rischio e pericolo.

In compenso:
Non è obbligatorio indossare la cuffia. Regola che, a onor del vero, viene a mio favore: data l’elevata probabilità che mi dimentichi la cuffia a casa.
Non è obbligatorio indossare ciabatte da piscina. Motivo per cui gran parte della gente si presenta a bordo vasca con doposci o scarpe da ginnastica in stile rappettaro scatenato.

E poi sono io quella strana, perché non vado in giro scalza.

Gossip dell’ultim’ora:

L’octuplo-oro delle Olimpiadi 2008 Michael Phelps è al centro di uno scandalo per essere stato immortalato da un giornale scandalistico inglese mentre fumava marjuana da un narghilè. Pare che ora rischi la galera.

Visto che Lapo è venuto fino in Arizona per dimenticare Patrizia, mi chiedo:

Lo manderanno a disintossicarsi in Toscana?

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