Voglia di pollo marinato in acqua e zucchero

Boston, dai tetti di Cambridge

Boston, dai tetti di Cambridge

Chi mi farà il pollo alla griglia, marinato in acqua, sale e zucchero e cotto sulla salsa barbecue?

Sto tornando da casa di Jay, per il solito Wednesday Night Fever stasera cena a tema “estate americana”: sulla tavola hamburger, hot dog, pane di mais e pannocchie.

Cammino verso il Museo delle Scienze, proprio nel parcheggio dove di giorno si fermano i pulmini anfibi del Duck Tour. La città è accarezzata da un vento caldo stasera, così insolito. Il fruscio dell’acqua lungo il fiume e le luci dei grattacieli a distanza, invece, sono sempre uguali, stranamente rassicuranti.

Una ragazza che fa jogging – sì, alle 11 di sera – mi passa vicino, mentre un ciclista attraversa la strada equipaggiato di lucette catarifrangenti e casco.

E io mi chiedo se avrò un’altra serata come questa, a Roma.

Mi chiedo chi mi cucinerà un petto di pollo marinato in acqua sale e zucchero, e grigliato con la salsa barbecue.

La Lista

In vendita

In vendita

Per fortuna che c’è Craigslist.

Insomma.

Lo spremifrutta e verdure, ad esempio, ancora non l’ho venduto. Siede lì, sul counter della mia cucina, mentre io me ne vado fuori a bere centrifugati – di frutta e verdura, ovviamente – a 4.95 dollari. Comunque.

La mia “fase bostoniana”, per dirla alla Picasso, sta volgendo al termine. Non saprei ancora darle un colore, forse azzurro: come i vetri del John Hancock, le acque del Charles River e l’oceano.

Dopo my Mr Big, ora tocca a me impacchettare due anni di Boston, divertimenti, carne agli ormoni e M&M’s di arachidi, e tornare a Roma. O partire per Roma, come mi piace dire. Mi sa di più dinamico.

E come mi ha insegnato my Mr Big, non si può organizzare nulla senza la Lista.

La Lista è quello strumento organizzativo terribile che richiede grande tenacia di revisione. Qualcosa che, al contrario di my Mr Big, a me manca. Decisamente. Sono brava a fare le liste, le “to do lists”, come si dice all’americana (nonostante abbia avuto il piacere di incontrare qualcuno che, confondendo l’inglese per spagnolo, si chiedesse cosa fosse una todo lista). Quello che non mi riesce altrettanto bene è leggere la lista per ricordarmi cosa devo preparare, e “mettere le spunte” per le attività completate. Ma ci sto lavorando.

Per esempio la mia Lista al momento comprende una serie di attività accomunate da quel verbo che mi causa tante tribolazioni: “vendere”. Quel verbo che mi porta a fotografare i mobili di casa da diverse angolazioni, scrivere dettagliati ma accattivanti annunci su craigslist, e infine combattere con tutti gli strani personaggi che rispondono ai suddetti annunci.

Oggi? Giornata proficua, tutto sommato. 4 persone mi hanno scritto per il tavolo in cucina, 6 per il ferro da stiro (era nella sezione “gratis”), 2 per il mobile della TV e 1 per la libreria. Più 4 email di spam, di un generico Mr Diamond che era interessatissimo ai miei “prodotti”.

Solo che poi uno del tavolo ci ha ripensato e voleva solo due sedie; un altro mi ha scritto che forse preferiva qualcosa di più piccolo; un altro ancora mi voleva pagare con un assegno inviato dalla sua assistente per posta. Ora, dico io, perché vuoi truffare una compaesana di Totò, che agli Americani vende il Colosseo? Non c’è proprio rispetto!

A giornata quasi finita, il mio bilancio.

Ho dato via gratis due lampadine da scrivania con la clip e venduto solo il mobile della TV. È venuto a prenderlo l’Incredibile Hulk con la moglie dell’Incredibile Hulk: due americanoni che insieme pesavano almeno 500 chili, lui se ne è andato con il mobile comodamente sotto l’ascella.

Tavolo, sedie, ferro da stiro, libreria e TV sono ancora qui. Specialmente la TV, che ora mi guarda dal basso della moquette.

E pure quel maledetto spremifrutta e verdure.

Me lo devo annotare sulla Lista.

Questo post è dedicato a mamma, che nonostante sappia che sto smontando una casa per ricostruirne un’altra, lavorando e studiando, mi rimprovera di non avere abbastanza tempo per scrivere.

100 fan su Facebook per il peggio di Boston (parte II)

Architettura urbana al MIT. Boston, MA

Architettura urbana al MIT. Boston, MA

Freddo, aria condizionata, traffico, inquinamento acustico e orari commerciali risicati. Cos’altro offre il “peggio” di Boston?

Sei: gli animali domestici. Ho già detto che Boston è una città pet friendly in cui i cani viaggiano sui pulmini. Purtroppo l’amichevolezza si estende ad altri tipi di animali, nella fattispecie topi e ratti. E millepiedi e passeri, nella storia di casa mia e di my Mr Big. Non conosco nessuno che non abbia avuto almeno un “rodincontro” a casa propria, così come non conosco nessuno che se ne sia più di tanto scandalizzato. I topi, insomma, sono parte della quotidianità, qui a Boston. L’unico problema è quando, dopo aver mangiato il veleno seminato in tutti gli angoli di casa, muoiono dentro qualche parete. Poi puzzano, pure.

Sette: l’immondizia a giorni prestabiliti. Gli Stati Uniti sono, da Inno, il Paese degli Uomini Liberi. Ma a Boston questa libertà non si estende…all’immondizia. Abitare in città vuol dire avere l’obbligo di buttare la spazzatura a giorni prestabiliti, a pena di una sanzione pecuniaria sul migliaio di dollari. E, tanto per rendere il tutto più avventuroso, non ci sono secchioni: l’immondizia, a Boston, si lascia la sera in strada. Davanti al portone o dietro il palazzo, alla mercè di animali randagi e accattoni notturni che trivellano le buste di plastica nella speranza di trarne qualcosa, lasciando assorbenti e boccette di shampoo sparpagliati sul marciapiede. La mattina dopo sembra di essere sul set di qualche film fantascientifico, a zigzagare tra i rifiuti e i detriti di un attacco alieno.

Otto: mangiare e bere. Mangiare a Boston costa. Mangiare bene, costa tanto. Mangiare organico, costa una fortuna. A partire da 3 dollari per una pianta di lattuga, o 8 dollari per un pound (mezzo chilo) di ciliegie. Perché Boston è una città benestante, così dicono, per cui tutto costa un po’ di più. Mangiare al ristorante, d’altro canto, è quasi un rischio. Per esempio aspettatevi che la bistecca alla griglia sia servita su un letto di burro, il pesce in fratellanza congiunta con la salsa tartara, la pizza accompagnata da un sughetto o salsa Alfredo per intingerci la crosta, e così via. Il tutto da mandare giù con bevande congelate. Dalle sode ai cocktail, tutto arriva alla tua bocca a una temperatura da congestione lampante. Il peggiore? Il bicchiere d’acqua. Servito gratuitamente appena entri in qualsiasi locale, il bicchiere è appannato mentre l’acqua si fa spazio tra una mezza dozzina di cubetti di ghiaccio. Anche quando fuori nevica.

Nove: i taxi. Un tassinaro alla Alberto Sordi, a Boston, non avrebbe mai fatto fortuna. Perché quando prendi un cab, qui, devi nell’ordine:
•    Dire dove vuoi andare (e fin qui…).
•    Spiegare al tassista che strada vuoi fare.
•    Mostrare eventualmente al tassista una mappa di Google Map per aiutarlo a portarti dove devi andare.
•    Non sorprenderti se il tassista ti fa scendere, perché non ha la minima idea di come portarti dove gli stai chiedendo di andare.

Dieci: le case di legno. Non so dove fossero i Bostoniani quando è stato inventato il cemento. O quando Jacobs Joseph scrisse la favola dei Tre Porcellini che costruivano casa. Ma insomma, lo sanno tutti che le costruzioni di legno non durano! Scricchiolano, si incendiano facilmente, e quando le assi si sconnettono il pavimento si alza e finisci col vedere quello del piano di sotto. In più devi avere un rilevatore antifumo in ogni stanza, accendere il tostapane sotto la finestra per evitare che scatti l’allarme, avere una scala esterna (antincendio) che comodamente collega la strada alla tua camera da letto. E sperare che sia “vietato” ai ladri di usarla.

Insomma, onestamente, non è tutto oro quello che luccica. La vita è tutta questione di prospettive, in fondo. E l’Italia, qui a Boston, è considerata “esotica”.

La mia prospettiva? Me la sto godendo proprio ora, al bancone del Trident Booksellers & Cafe su Newbury Street, gustando un muffin alla carota e un succo di ananas, mela, carota e sedano. Connessione internet gratuita, libri e riviste sugli scaffali intorno, e un vicino di tavolo al computer, che scrive, pure lui. Senza aria condizionata, perché questo è un posto environmentally friendly.

A Boston c’è anche questo.

100 fan su Facebook per il peggio di Boston

 

Un'irriverente rassegna del "peggio" di Boston, MA

Un'irriverente rassegna del "peggio" di Boston, MA

Grazie, grazie e ancora grazie! Per aver corso, insieme a me, verso il 100esimo fan de La Fenice di Boston.

Ma perché ero alla ricerca di 100 fan? E cosa significa “registrare il marchio della Fenice su Facebook”?

Mi spiego. Dal giugno scorso Facebook.com dà la possibilità di registrare la propria URL. Il che significa anziché avere un generico www.facebook.com/blablabla/123stella, è possibile creare un più “esclusivo” indirizzo internet www.facebook.com/fenicediboston. Unico requisito: avere almeno 100 fan.

Chiamatelo brand management – o semplicemente vanità! – ho deciso di sfidarmi e di provare a fare mio quell’indirizzo (e i 100 fan!). Grazie al vostro sostegno e al passaparola, in pochissimi giorni ce l’abbiamo fatta. A creare una piccola comunità di amanti degli States, nostalgici di Boston, viaggiatori, sognatori dalla valigia facile, avventurieri virtuali e reali che vogliono conoscere cosa c’è al di là delle Colonne d’Ercole (ovunque esse siano).

Ai primi e preziosissimi 110 fan della Fenice, voglio fare un regalo. Insolito. Una rassegna irriverente del “peggio” di Boston in 10 punti. Del resto, non eravate anche un po’ stanchi di sentire solo quanto sia bella la vita qui?

Uno: il clima. La Luna Nera di questa città, comunque, è il clima. Inverni lunghi e bui, temperature gelide e venti artici, bufere di neve e tanto, tanto freddo. Che dura da ottobre a maggio (anzi, quest’anno fino a luglio), senza tregua, senza rispetto di quella splendida invenzione della natura chiamata “stagioni”. E quando il freddo si placa, l’aria ristagna di afa fino a trasformare questo ghiacciolo in una minestra appiccicosa e bollente. O freddo polare o aria soffocante, niente vie di mezzo. Insomma, onestamente, il tempo qui a Boston non è proprio un fiore all’occhiello.

Due: l’uso smodato di aria condizionata. Quando Benigni è venuto a Boston a presentare TuttoDante, la sua prima battuta è stata: “Ma che problema avete con l’aria condizionata?”. In una città dove la temperatura di rado supera i 25 gradi centigradi (forse un paio d’ore a metà luglio), l’aria condizionata pare essere sempre e comunque un elemento imprescindibile. Centri commerciali e supermercati, mezzi pubblici e negozi sono centri di ibernazione gratuita. Quell’aria fredda e secca, anestetizzante oserei dire. Quel bocchettone minaccioso che non importa dove ti siedi: ti spara sempre addosso. Quella sensazione da pelle d’oca che ti lascia perennemente intirizzito. L’importante, per loro, è stare sempre almeno 10 gradi sotto la temperatura esterna. Ma, vi chiederete, i Bostoniani, quelli delle infradito e degli abiti prendisole da aprile a settembre, non sentono freddo? Penso di sì. Per questo, insieme all’aria condizionata, si accendono le stufette elettriche.

Tre: il traffico sempre congestionato. Mi è capitato di sentirlo, più di una volta: Boston è una città piccola con i problemi delle grandi metropoli. Leggasi: il traffico. Spostatevi a piedi o in bicicletta, se potete. Ma nel momento in cui salite in auto, mettetevi l’anima in pace e seppellitevi nelle grandi autostrade che circondano Boston. La I93, la I90; non importa quante corsie, il traffico in entrata e uscita dalla città è sempre, perennemente, congestionato. Chiedetelo a my Mr Big. E se questo non vi basta, sappiate che i Bostoniani sono considerati i peggiori automobilisti d’America. Una tribù del volante che non rispetta i segnali stradali, considera i semafori mere decorazioni artistiche delle strade, non è in grado di parcheggiare una smart in uno spazio che ospiterebbe un autobus.

Quattro: l’inquinamento acustico. Non so se esiste un protocollo internazionale contro l’inquinamento acustico. Ma se esiste, sono piuttosto sicura che la città di Boston non vi abbia aderito. Per chiarire qualsiasi dubbio, vi basterà camminare un paio di isolati e perdere una parte del timpano dietro all’ambulanza di turno che sta attraversando l’incrocio, dopo un attacco di tachicardia causato dalla sirena violenta di quattro camion dei pompieri che vanno a spegnere un tostapane in corto circuito, prima di costituirvi volontariamente a un auto della polizia solo per farle spegnere la sirena. Del resto sotto la luce dei lampeggianti sembra quasi di essere su un palco di Las Vegas. Sarà che devono tenere i volumi così alti perché i Bostoniani camminano isolati nei loro iPod?

Cinque: gli orari commerciali. McDonald’s, farmacie e supermercati sono aperti in genere 24 ore su 24, sette giorni su sette. Tutto il resto ha orari da educanda del nord Inghilterra. I negozi di quartiere chiudono alle 18, i locali notturni alle due di notte. E solo come gentile concessione alla città di Boston: in tutto il resto del Massachusetts la movida notturna finisce all’una.

Continua domani…

Cercasi fan “disperatamente”…trovati!

Trovati, i primi 100 fan de “La Fenice di Boston”!

Un traguardo inaspettato e graditissimo! Da oggi la Fenice esiste su Facebook all’indirizzo registrato www.facebook.com/fenicediboston.

Grazie a tutti i fan!

Per celebrare, in arrivo un articolo su…

IL PEGGIO DI BOSTON!

Non ve l’aspettavate, eh?

E ora, caccia ai prossimi 100…

 

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