Torno subito

La Fenice va in vacanza. Arrivederci a luglio, con nuove storie!

La Fenice va in vacanza. Arrivederci a luglio, con nuove storie!

Siccome Boston sembra essersi trasferita nell’emisfero meridionale (dato il clima invernale e il cielo bianco, perennemente bianco), la Fenice va in vacanza.

Alla ricerca di nuove storie da raccontare, tra pochi giorni, sempre su queste pagine.

Ci rileggiamo a luglio!

Michael Jackson

L’ho saputo mentre ero in fila da Starbucks per un frappuccino.

Michael Jackson…“, sta dicendo la barista, “…he died“. E al mio sguardo incredulo aggiunge: “Non si scherza su queste cose!” (sulla morte o sulla musica pop?).

Chiamo Kristina, appena esco dal locale. Lei ha un iPhone, può connettersi a internet e dirmi se è vero.

Il telefono squilla, ma lei non risponde.

Poi mi richiama. E senza che io le dica niente mi fa: “Non so se mi hai chiamato per Michael Jackson. È morto“.

Non si può pensare a nient’altro, stasera, in America.

Domenica esotica

Il conto del Dim Sum

Il conto del Dim Sum

Domenica si fa il Dim Sum.

E il vero Dim Sum, a Boston, si fa solo a Chinatown. Per la precisione all’88 di Beach Street.

Cos’è il Dim Sum? Quando sono arrivata a Boston c’era un po’ di confusione. Chi diceva che erano ravioli cinesi ripieni, chi diceva che era un locale, forse un ristorante? Un alone di mistero che mi affascinò non poco, ricordo, tanto da farmi addentrare nelle vie tortuose e fritte che si snodano disordinate tra Downtown Crossing e l’autostrada. Alla volta di Chinatown.

Boston è una città ordinata e pulita, in cui le vie sono disposte in ordine alfabetico partendo dal parco: prima Arlington, poi Berkley, poi Clarendon… È tutta così, a parte due zone: il quartiere italiano e quello cinese. Specialmente Chinatown: del resto, qui, fino agli anni Novanta c’era il quartiere a luci rosse.

Il fumo che esce dai tombini e l’odore di fritto dei ristoranti sono molto più che clichè: sono elementi identificativi di una cultura. Insieme alle dita di pollo appese alle vetrine (e in vendita), alle bande di adolescenti in bicicletta, alle vecchiette che vendono l’aglio agli angoli della strada. Il tutto sotto striscioni decorativi vecchi di qualche stagione, sopra le cartacce dei marciapiedi. Il tutto all’interno del Paifang, il celeberrimo arco che fa da porta d’ingresso al quartiere.

E all’88 di Beach Street, non lontano dal Paifang, l’Hei La Moon Restaurant serve il miglior Dim Sum di tutta Boston. Roba che, lo dicono i cinesi, si trova solo a Pechino.

Non spaventatevi per la folla. Il locale, su due o tre piani, è immenso e l’attesa limitata a pochi minuti. Una volta dentro, seduti a una di quelle tavole con la tovaglia rossa ricamata in finto pizzo, guardate i carrelli che passano. E cominciate il Dim Sum.

Uno dei carrelli all'Hei La Moon

Uno dei carrelli all'Hei La Moon

Dal cinese “un po’ di cuore”, il Dim Sum altro non è che un modo di mangiare. Uno stile culinario, se volete, che consiste nel servire una miriade di piatti in ordine sparso e piccole porzioni, accompagnati da tè. Carne (soprattutto maiale) e pesce, verdure, frutta e dolci, il tutto presentato in piccoli cestini di bambù, su carrelli guidati da cameriere che parlano solo cinese. Non si ordina: si indica il piatto, e la cameriera lascia un appunto su un foglietto al centro della tavola. Quello servirà per il conto.

Una tradizione nata lungo le Vie della Seta, dove viaggiatori stanchi avevano l’abitudine di fermarsi per bere del tè e consumare qualche snack. Una cultura viva ancora oggi, che porta sulle tavole delle Chinatown del mondo palline di maiale in pasta di pane al vapore, ravioli, palle di riso ripiene di carne, pesce e verdure. Il mio cestino preferito? Quello di jien duy: cuore alla crema di legumi dolci rossi, copertura di pastella soffice e semi di sesamo legati col miele. Ovviamente fritto, ma io lo mangio per il significato simbolico: la forma rotonda e il colore dorato sono sinonimo di Fortuna mentre il lievitare della palla durante la frittura indica grandi guadagni da piccoli investimenti!

Palle di sesamo

Palle di sesamo

Questo è il Dim Sum: atmosfera frenetica e rumorosa, carrelli pieni e un’unica regola: puntare il dito verso quello che ti piace, e avere il coraggio di assaggiare. Anche le dita di pollo, fritte ma senza unghie. Pare che vadano tanto, a Hong Kong.

Un’altra Boston

Dopo la goliardia sportiva di Fenway Park e le serate ai pub, sabato sera mi sono dedicata a un po’ di fuffico cocktail-drinking e people-watching.

Un piatto di Chowpan

Un piatto di Chowpan

In prima serata, cena da Helmand, ristorante afgano a Cambridge. Da quando vivo qui, niente mi sembra troppo esotico. Pranzi veloci al sushi bar, cene taiwanesi a Chinatown e aperitivi a suon di margarita messicani sono all’ordine del giorno. Con note di cucina vegetariana e periodiche ricadute su burger e fries. L’unico che non riesco a digerire, è il cibo indiano. Da quella cena in cui per sbaglio ho ordinato pollo rosa. In cui per sbaglio ho scambiato uno degli invitati alla tavolata (di indiani) per il cameriere, e mi ostinavo a chiedergli di portarmi del vino. In verità non amo nemmeno la cucina spagnola. Per lo meno non finché si ostineranno a servire le salsicce con gamberetti in casserole con due dita di olio marrone.

Ma l’afgano, per dirlo alla bostoniana, Oh Boy! In qualche vita passata devo essere stata mediorientale o middle-asiatica, perché tra le prelibatezze israeliane che mi cucina Anita e l’agnello di ieri, servito con melanzane saltate in padella con la zucca e riso basmati aromatizzato al cumino, ho le papille gustative che ancora zompettano dalla gioia!

Alla fine della cena, mentre sorseggio caffè turco davanti a un piatto di bucklawa (pastasfoglia con nocciole, mandorle e pistacchi, cannella e chiodi di garofano, ricoperta di miele) ho deciso di iscrivermi a un corso di danza del ventre. O di cucina mediorientale.

L'interno del Liberty Hotel

L'interno del Liberty Hotel

In seconda serata, un appletini al Liberty Hotel, una prigione dal 1851 al 1990 e oggi uno dei night club più esclusivi di Boston. Di quelli coi divanetti in pelle e i cocktail da 15 dollari l’uno. Di quelli frequentati da trentenni rampanti e (ahimè) cinquantenni che non si rassegnano all’avanzare dell’età, delle rughe e della pancia. Di quelli in cui il barista gioca a fare Tom Cruise in Cocktail e ti rifila un martini secco con ghiaccio e ciliegina al posto di uno zuccheroso e verde apple martini. Di quelli in cui i buttafuori sono ossessionati dai metri quadrati di spazio libero davanti alle scale mobili, e se solo ci passi vicino ti intimano di spostarti a “distanza di sicurezza”.

Ma in quanto a people watching, oh boy!, non c’è posto più “giusto” di questo. Per osservare acconciature da cerimonia con perline e cerchietti, fasce e mollette, e decine di accessori che, se non usati con parsimonia, finiscono col trasformare una testa in un albero di Natale. In raso o jeans griffato, l’importante è mostrare. Scollature vertiginose o minigonne mozzafiato, cravatte e tacchi a spillo, brillanti e orologi costosi. In un attimo capisco dove si raduna tutta la Boston “bene”.

Clichè a parte, è stato quasi un toccasana. Una “pausa di riflessione” da infradito e sciatte t-shirt; una cura di pantaloni dalla lunghezza appropriata, né “zompafosso” né “a strascico”; pillole di movenze composte e moderate, come cura contro la ruvidità urlereccia dei pub.

Qui lo chiamano “New York Style”.

Sox & The City

Fenway Park

Fenway Park

Boston, e i bostoniani, vivono per i Red Sox.

Grazie a fedelissimi tifosi e membri della Red Sox Nation, la squadra di baseball può vantare una delle più lunghe serie di “tutto-esaurito” allo stadio. Precisamente, 500 partite di fila sold-out; un traguardo festeggiato mercoledì scorso.

Ora, il baseball è anche uno sport, come dire, “lento” (per usare un eufemismo). Di due squadre in campo, solo due giocatori sono in movimento. Per un totale di 9 tempi (o inning), che durano almeno 3 ore e mezza.

Che noia, pensavo. Prima di rendermi conto che il divertimento è ben lontano dal campo di gioco e andare a vedere una partita ha ben poco a che fare con lo sport – per lo meno con lo sport come lo intendiamo noi (leggi: europei-malati-di-calcio-che-si-accoltellano-sugli-spalti).

L’acquisto del biglietto
Comprare i biglietti dei Sox è una specie di mission impossible. Uno stadio di 36.000 posti per una città, anzi, per una regione di milioni di tifosi rende l’equilibrio domanda-offerta abbastanza rigido. Molti (o tutti?) biglietti sono acquistati a inizio stagione, e poi rivenduti a ridosso delle partite a un prezzo maggiorato anche del 100%, da bagarini più o meno legali. Un biglietto per una partita con gli Yankee? Può costare anche oltre i 10.000 dollari.

Ma una volta messe le mani sul ticket, si entra a pieno titolo nella Hall of Fame dei tifosi dei Sox, si guadagna un 20% di sangue bostoniano e se ci aggiungete pure una maglietta o un cappellino con lo stemma dei Calzini Rossi, siete ufficialmente a un passo dall’ottenere la cittadinanza.

Fenway Park è la "casa" dei Sox dal 20 aprile 1912

Fenway Park è la "casa" dei Sox dal 20 aprile 1912

L’arrivo allo stadio
Benvenuti a Fenway Park, lo stadio dei Sox dal 1912 e una delle icone della città.

In quel fazzoletto di terra a sud-ovest di Boston, tra bagarini e venditori di cappellini, urlatori che distribuiscono il “programma” della partita e tifosi in fila ai cancelli, l’emozione sale come il fumo dagli stand di hot dog, si profonde nell’aria fino a creare un’atmosfera da finale di Champions League. Le bandiere di Fenway sventolano, la musica all’interno dello stadio è già alta, 40.000 mila persone appena uscite dalla metropolitana o dai parcheggi vicini sfoderano cappelli e magliette. E se non hai il biglietto ma vuoi partecipare allo spettacolo, una mezza dozzina di bar e pub piazzati proprio sotto gli spalti offre la partita su tv al plasma. E, ovviamente, boccali di birra.

Il tifo
La regola è una e semplice. Odiare i New York Yankee. La pratica è ancora più semplice. Se ne vedi uno, alzagli il berretto e versagli un bicchiere di birra in testa. Paese che vai, goliardia che trovi.

La partita: 7 inning per mangiare…
Hot dog, pollo fritto con patatine, panino con salsiccia e cipolla, pizza. Zucchero filato, pop corn caramellati, praline al cioccolato, noccioline. Birra, birra e birra. Una volta fischiato l’inizio della partita, hai 7 inning per fare avanti e indietro dal tuo sedile ai fast food distribuiti lungo i corridoi dello stadio. Per mangiare. “Ma siamo qui per lo sport o per mangiare?”, chiedo, un po’ sorpresa nel vedere che la maggior parte del pubblico non guarda la partita, ma è in fila per uno snack. La risposta? “It’s all about food”. Bene.

Menu a Fenway Park

Menu a Fenway Park

Ma attenzione: i ristoranti chiudono alla fine del settimo tempo. Se vuoi “sopravvivere” all’ultima mezz’ora di partita consiglio vivamente di portare qualche snack da casa. E per ingannare il tempo consiglio anche di provare a sbucciare arachidi con una mano sola, e bere con l’altra. Mi sembra di vedermi, concentratissima, mentre con lo sguardo sul tipo davanti a me cerco di capire quando è il momento di alzarmi dalla sedia. Del resto, sono qui anche per tifare!

…e due inning per cantare
Ma non è tutto cibo. I due momenti clou della serata sono scadenzati alla fine del settimo e dell’ottavo inning. Quando la folla, rimpinzata di salsicce e patatine fritte e riscaldata da galloni di birra, si lancia in due coinvolgenti interpretazioni musicali. Take me to the ball game, l’Inno dei Red Sox, vibra tra il pubblico alla fine del settimo inning. Prima che Sweet Caroline risuoni a squarciagola sugli spalti dopo l’ottavo. Del resto, siamo qui anche per la festa!

Florida Marlins at Boston Red Sox

Florida Marlins at Boston Red Sox

Lo sport
Ok, ok. Non è solo questione di magliette, hot dog e musica pop. C’è anche lo sport. E il baseball, credetemi, non è poi così male. Magari se rivedessero qualche regola e lo velocizzassero un po’ sarebbe pure meglio.

Ma il momento della Home Run, quando il battitore rilancia la palla così forte da proiettarla direttamente fuori dallo stadio, e inizia a correre lungo le tre basi, fino a tornare alla casa base, e segna un punto, e tutto lo stadio è i piedi…

Wow, penserete senza fiato, ne è veramente valsa la pena.

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