Dove c’è Barilla c’è casa

Da leggere con la tipica nenia Barilla di sottofondo.

Quella melodica degli anni Ottanta. Quella che te la facevano suonare alle elementari con il flauto, per quanto era facile.

Nananaà…Nanànanaà…

Scena 1“Giovane italiana all’estero” esce dal lavoro felice e frizzante. Breve tappa al supermercato prima di una cena a casa di amici.

Scena 1 rivisitata – Borsa, sacca con tupperware del pranzo vuoti, ombrello. Piove a dirotto da 2 giorni, e devo pure passare al supermercato prima di andare a casa di Kristina.

Scena 2Supermercato americano. Eppure c’è un bancone di frutta e verdura da fare invidia a un mercato rionale. Qualche grappolo di pomodorini ciliegina, due foglie di basilico, e – ovviamente – due pacchi di spaghetti dallo scaffale della pasta.

Scena 2 rivisitata – Pomodori: $4.99 la libbra. E manco sono organici. Già che ci sono prendo anche un po’ di papaia, banane, oh adoro questi biscotti per la colazione… Alla cassa mi ricordo: ero entrata per comprare la pasta!

Scena 3 – Spesa tricolore (basilico, spaghetti e pomodori) in busta di cartone, al volo sulla metro. Roba da fare invidia a sliding doors.

Scena 3 rivisitata – Prima di andare da Kristina devo passare a casa a lasciare i tupperware. La padrona di casa doveva scegliere proprio oggi pomeriggio per ridipingermi le pareti? Che puzza. Sono in ritardo. Vado a piedi, faccio prima.

 

Boston al tramonto, dal Longfellow Bridge

Boston al tramonto, dal Longfellow Bridge

Scena 4 – Mentre la musica suona nananaà…nanànanaà e la metro attraversa il ponte sul Charles River, Boston si svela lentamente. Bellissima.

Scena 4 rivisitata – Avrei fatto prima con la metro. Soprattutto visto che piove.

Scena 5 – A destinazione, gli amici salutano affacciati alla finestra, mentre si apre il portone. Tutti applaudono i pomodorini, il basilico e – ovviamente – gli spaghetti che escono dalla busta come attori su un palcoscenico.

Scena 5 rivisitata – Citofono, niente. Citofono, niente. Citofono a quella del piano di sotto, niente. OK, telefono. Bip-bip-biip. Batteria scarica.

Scena 6 – Chi lava il basilico, chi prepara i pomodorini, chi butta il sale nell’acqua che bolle. Soffrittino di cipolla e un bicchiere di vino.

Scena 6 rivisitata – Ho pigiato talmente tanto il pulsante del citofono che il dito mi si è incorporato nel muro. Finalmente Kristina scende, e mi apre la porta.

Scena 7 – Il sughetto è colorato al punto giusto, il basilico ha profumato tutta la cucina. È ora di scolare la pasta.

Scena 7 rivisitata – Attenzione che Kristina non butti gli spaghetti prima che l’acqua bolla. Attenzione che Maribel non butti l’olio nell’acqua che bolle, insieme alla pasta. Cavolo lo sapevo che avevo comprato pochi pomodori.

Scena 8 – I pomodori sono rossi e succosi, il parmigiano sul basilico dà quel tocco finale. Cin cin all’Italia, e sorrisi alla pasta.

Scena 8 rivisitata – Pochi pomodori e troppi spaghetti. L’avevo detto a Kristina di non farne due pacchi per 6 persone. Correggo la pasta – decisamente “asciutta” – con un po’ d’acqua di cottura e una quintalata di parmigiano. Anche lui non organico. Per fortuna che gli Americani mangiano tutto. O almeno questi sono talmente educati da dirmi che la spaghettata è pure buona.

La mia pasta "italiana", pachino e basilico

La mia pasta "italiana", pachino e basilico

Nananaà…Nanànanaà…e la scena si chiude su una bella forchettata di spaghetti. Che sia perfetta o no, si sa: dove c’è Barilla, c’è casa.

Grocery and Celebrity

Deuce Bigalow...al supermercato

Deuce Bigalow...al supermercato

Uno dei benefici di vivere negli Stati Uniti? Supermercati aperti 24 ore su 24, 7 giorni su sette.

Uno dei benefici di fare la spesa di notte? Incontrare le celebrities, i V.I.P.. Insomma, tutti quelli che di giorno si “nascondono”, perché troppo famosi.

Dopo l’aperitivo alla Boston University con Alessandro Benetton e dopo aver visto Bruce Willis combattere sotto la mia finestra – OK, non era lì per me, ma per il suo ultimo film The Surrogates – stasera è stata la volta di Rob Schneider, l’esilarante Deuce Bigalow dei “Gigolo per sbaglio” e attore di altri film, da “Le Straordinarie Avventure Di Pinocchio” (1997, in cui interpreta la Volpe), al più recente “Zohan” (2008).

Io a comprare cereali all’avena e latte di soia, lui a bloccare la fila per una scodella di metallo. Discreto, con berretto alla Fidel Castro e occhi azzurro intenso.

E cosa fai quando sei in fila al supermercato, alle 10 di sera, fianco a fianco con una celebrità? Chiedi un autografo?

No. Prima lo guardi con nonchalance (manco fossi tu la star). Poi ti guardi con la cassiera: “Era lui?”, “Sì, sì era lui”. Lei sghignazza, contenta di aver scelto il turno di sera, e pure tu ti ravvivi la serata. A pensare che Hollywood, per un attimo, è passata dove eri tu.

L’America low fat

Un frappuccino dietetico...al tè verde

Un frappuccino dietetico...al tè verde

Gli Americani, per quanto possa sembrare assurdo, sono sempre a dieta.

Low fat, detox, low carb. Meglio il metodo Weight Watcher che ti insegna a dimagrire senza diete o quello Jenny Craig che ti consegna direttamente a casa i cibi precotti (non fai la spesa, non sgarri la dieta)?

Certo, i cheeseburger a 99 centesimi o le coppe di Starbucks con sciroppi, cioccolato e panna montata (insieme al caffè), potrebbero indurti a pensare che l’Americano sia estremamente indulgente a tavola. Ma facci caso, con la parolina magica “senza grassi” il gioco è fatto. E puoi farti un frappuccino (frappè di caffè con sciroppo al caramello) e un muffin da tre etti rigorosamente low fat. Grazie al latte scremato 2% e alla margarina. Ma sì, è tutta questione di trovare le ricette giuste. Io ho persino avuto come suggerimento quello di sostituire l’olio con il succo d’ananas, per condire l’insalata.

Grazie all’invenzione del low fat, gli Americani possono permettersi di mangiare a ritmo ininterrotto. Si disse che uno dei motivi per cui Euro Disneyland Paris è mezzo “fallito” fosse la struttura sottodimensionata dei ristoranti. I vari McMangio, realizzati a immagine e somiglianza di quelli made in USA, avevano pochi posti a sedere ma erano pronti a servire panini a ripetizione, mentre gli Europei volevano mangiare meno, tutti insieme e tutti alla stessa ora (guarda caso, l’ora di pranzo). Al contrario in America la tavola è apparecchiata tutto il giorno, e c’è chi pranza alle 10.30 di mattina, chi cena alle 4, chi si fa una pizza alle 6 e chi un frappuccino alle 8. In ogni caso, un portar via cinese verso le 11 di sera non te lo leva nessuno.

Il tour de force orogastrointestinale, dunque, comincia la mattina presto e nelle forme più impensabili. Un esempio? La tavola riunione del mio ufficio, ieri mattina alle 9:

  • Barrette proteiche. Un paio, a marchio South Beach, che fa molto “mangiala e diventi come Pamela Andersen Anderson in vacanza a Miami”.
    Root Beer

    Root Beer

  • Root Beer. Ambrata bevanda analcolica che si ricava dallo sciroppo di una radice (di Sassafrasso, ho letto), con aggiunta di acqua e anidride carbonica. Perché non sia mai che ti trovi a bere qualcosa senza bollicine.
  • Dr Pepper. Se la root beer è la regina della sdolcinatezza stomachevole, Dr Pepper è l’imperatore. Pure la lattina, rosso bordeaux, suggerisce quel gusto ciliegioso che fa sembrare lo zucchero amaro.
    Dr Pepper

    Dr Pepper

  • Vitamin Water. Acqua addizionata di vitamine (?). Come distinguere la vitamina C dalla B? Una è rosa fucsia, l’altra arancione con sfumature sul giallo.
  • Beef Jerky. A Roma ci sono le coppiette di maiale: strisce di carne di maiale essiccata da accompagnare con la Romanella e le ciambelle al vino. A Boston, e temo in tutti gli Stati Uniti, ci sono queste striscette di carne di mucca essiccate e confezionate, con tanto di bustina assorbi ossigeno come quella che trovi nel taschino di una borsa nuova. Si comprano dal salumiere? No. Le buste le trovi in genere al CVS, la catena di farmacia-profumeria, tra il reparto cartoleria e gli shampoo. Sì, sono commestibili.
Vitamin Water

Vitamin Water

A parte i bibitoni di caffè, Starbucks o Dunkin Donuts, la cosa più semplice sulla tavola era l’acqua.

Frizzante.

Aromatizzata al lampone.

Beef Jerky

Una busta di beef jerky

Dillo con un biglietto

Un biglietto pro-shopping

Un biglietto pro-shopping

C’è un episodio nella serie “I love shopping” – celeberrimo romanzo stile chick-lit che, fra l’altro, sta per uscire al cinema – in cui la giovane e shopping-addicted Becky, in vacanza a New York, spende centinaia di dollari in biglietti di auguri.

Di quelli che si vendono in tutte le cartolerie, con corredo di busta colorata e frasi prestampate a volte di dubbio gusto.

Che esagerazione, ricordo di aver pensato leggendo la disavventura di Becky.

Poi sono venuta in America, e ho cambiato idea.

Non è tanto l’originalità tecnologica dei biglietti. Tipo quelli con vari gadget attaccati, teatrini con  marionette mobili o a forma di comodini da cui si estraggono i cassetti. Ci sono quelli con la musica quando li apri e quelli con un micro-registratore incorporato, per spedire un messaggio vocale. Fino a quelli sagomati intorno a una gift card, cioè una carta prepagata da spendere in qualche negozio (ce l’hanno tutti, dagli Starbucks alle farmacie): un’idea regalo geniale che in Italia non ho mai visto.

Quello che più mi colpisce del fenomeno “dillo con un biglietto” è il cosiddetto “mercato delle occasioni”: c’è un biglietto veramente per qualunque messaggio. E soprattutto, c’è una combinazione per ogni mittente e destinatario.

Messaggi di auguri per i matrimoni, tutti adattati a seconda chi spedisce e chi riceve: per la sposa da parte dello sposo, per lo sposo dalla sposa, per il testimone dalla damigella d’onore e così via. Buon Battesimo, Comunione, Cresima, Bar e Bat Mitzvah. E pure iniziazione allo yoga. Ci sono gli auguri per la laurea da parte della mamma, per il diploma da parte del nonno, fino a quelli di incoraggiamento per il primo giorno di scuola.

Un biglietto di auguri per la Laurea

Un biglietto di auguri per la Laurea

Biglietti per ringraziarti di: avermi fatto un prestito, insegnato a suonare il piano, guardato il cane mentre ero in vacanza. Solo la scelta per gli auguri di compleanno include: auguri generici, da un amico, spiritosi, per lui, per lei. E ancora per bambini, per specifiche età, per un parente, un fidanzato, un innamorato. Puoi dire Buon Compleanno. Scusa per essermi dimenticato del tuo compleanno. Per fortuna mi sono ricordato del tuo compleanno solo con un giorno di ritardo.

I più disparati abbinamenti di mittente e destinatario, moltiplicati all’ennesima ricorrenza, felice e non. Condoglianze religiose per la scomparsa di un parente, spirituali per la perdita di un conoscente. Fino a quelle di solidarietà per la scomparsa del – incredibile ma vero – cane di famiglia.

Insomma, qualunque sia il vostro messaggio, in America qualche copywriter l’avrà probabilmente già scritto, e stampato. A voi (solo) l’onere di trovarlo, in una moltitudine di opzioni che lasciano, paradossalmente, senza parole.

Io? Senza dubbio sono entrata nella mentalità. E spedisco almeno un bigliettino a settimana. 41 centesimi per gli Stati Uniti, 94 per l’Italia.

Un biglietto eco-friendly

Un biglietto eco-friendly

Boston single

Boston e il Charles River

Boston e il Charles River

Oggi sono 2 settimane, da quando my Mr Big se ne è andato.

OK, non se n’è proprio “andato”. È tornato in Italia, al dolce-amaro destino di tutti noi emigranti part-time, viaggiatori con data di scadenza. Italiani all’estero, ma sempre alla fine “italiani”.

E anche sul mio visto, per fortuna o purtroppo, c’è una expiration date. È scritta proprio lì, e sui documenti del Dipartimento per l’Immigrazione: lasciare il Paese “entro”.

Ma com’è Boston, senza my Mr Big? Tra pregiudizi all’antica e preoccupazioni moderne, cosa fa una ragazza “da sola” in America?

Beh, innanzitutto shopping.

Ore intere al supermercato tra i banchi della frutta organica e detergenti ecologici per la casa. Meglio carote fresche da abbinare al succo di mela, o provo il famosissimo centrifugato di sedano? I reparti creme di profumerie e centri commerciali non hanno più segreti per me, né le boutique di Newbury Street e Boylston da Anthropologie a H&M. OK, quelle, di segreti, non ne avevano neanche prima.

Ma volete mettere un pomeriggio di camerini, passato a provare vestiti che non ho intenzione di comprare, giusto per vedere come mi stanno? E quando torno a casa con qualche sacchetto, non devo correre a nasconderlo in fondo all’armadio per evitare quel “Ma non ne avevi già due uguali?” (Come se non esistessero diversi punti di colore, tagli, tessuti…).

Che poi la vita, in generale, qui è più facile. Le bollette mi arrivano per email e le pago online. La spesa pure, e se invece vado al negozio c’è sempre qualche buon garzone che me la imbusta. Non come a Roma, dove la cassiera incattivita ti seppellisce le uova sotto i pacchi di quello in fila dopo di te, e devi andare a ripescare le bustine di tè tra le penne lisce che non compreresti mai.

Poi c’è il lungofiume per le serate di jogging, gli amici per quelle di partying, e per tutto il resto la TV, che finalmente non è più sintonizzata sugli omicidi de Il Padrino, I Soprano o 007.

Insomma, la vita “da sola” a Boston non è affatto male.

Certo sarebbe perfetta, se ci fosse my Mr Big.

Tulipani al Boston Public Garden

Tulipani al Boston Public Garden

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