Quando dico che sono italiana, gli Americani in genere pensano che abbia legami con la “maffia”, che mi piaccia Berlusconi e che sappia cucinare un’ottima tomato sauce.
Pensano anche che sia cresciuta a pasta Alfredo, mitico sugo al formaggio associato con l’immagine dell’Italia, e spaghetti meatball, cioè pasta bollita con un paio di polpette al sugo spiattellate sopra.
Recentemente mi hanno chiesto pure se in Italia esiste veramente l’italian dressing, per condire l’insalata.
Qualche sera fa sono uscita a cena con degli amici. E mentre my Mr Big era fuori Boston a provare il vino fatto in casa di un collega, io sono finita in una di quelle catene di ristoranti che millantano di essere italiani.
La prima volta era successo a Philadelphia, con la Vichinga. Cena in una famosissima catena “italiana”. Nel menu, “pasta con le salsicce”. Non male, se non si fosse trattati di una scodella di spaghetti pallidi e scotti, e una salsiccia intera appoggiata sopra. Varianti sul tema: petto di pollo a tranci, polpette al sugo, gramberetti. Sempre a montagnetta, sopra la scodella di pasta. Io e la Vichinga ce la siamo cavate con una grigliata di carne. Poco “italiana” ma molto “commestibile”.
Invece l’altra sera, a Boston, ho provato a ordinare un piatto di pasta: ravioli ricotta e spinaci.
“Sugo di carne o salsa marinara?“, mi fa il cameriere. Io ci penso su, poi azzardo: “Si possono avere con un po’ di burro e salvia?“. Il cameriere mi risponde con uno sguardo disorientato a tratti scioccato. Pare che il burro si possa avere sul pane, sull’insalata – nel dressing, appunto – ma non sulla pasta. Per lo meno, non senza una “salsa”.
“Ok, allora me li porti in bianco per favore…“.
“SENZA SUGO???“, insorge tutta la tavolata. “Ma come, sei italiana…come puoi mangiare la pasta senza sugo?“
“Devi prendere una delle salse a scelta…“, dice uno.
“Ma la cucina italiana non è tutta col sugo?“, dice un’altra.
Oddio.
Alla fine alzo bandiera bianca e ordino i ravioli con la salsa marinara “a parte”.
Mi arrivano, nell’ordine, un vassoietto di ravioli all’acqua di cottura e un piatto fondo pieno di sugo di pomodoro. Penso che fosse la passata in scatola appena uscita dal barattolo di latta, leggermente riscaldata e con un quintale d’aglio. Fatto sta che il sugo all’aglio ha avuto un grande successo tra la tavolata e tutti ci hanno inzuppato crostini e bastoncini di pane fritto. Tra un boccone e l’altro di chicken parmesan (cotoletta di pollo su un letto di pasta, con sugo di pomodoro e parmigiano) e eggplant parmigiana (pasta in bianco coperta di melanzane a fette, impanate e fritte).
I miei amici si sono alzati sazi e soddisfatti, e abbiamo deciso che la prossima volta il ristorante lo scelgo io.
Nota: Sto pensando di lanciare una raccolta firme per mettere un marchio D.O.C., dopo il vino, sui ristoranti italiani all’estero. Denominazione di Origine…Commestibile!




anonimo ha detto,
3 Dicembre 2008 a 9:22 am
Forse, più che un DOC dovresti mettere RIVPIPA (ristorante con veri piatti italiani per americani)………………………
pa
lovanista per passione ha detto,
4 Dicembre 2008 a 4:05 pm
Sono con te, battiamoci per il DOC e l”abolizione della Pizza Hawai (pizza con mozzarella, pomodoro, prosciutto cotto e.. ananas -cotto-!)!