Saluti

Cara Fenice,
ho comprato il biglietto aereo.
Parto sabato
.”

Ci sono persone che entrano a far parte della tua vita nello spazio di un attimo, e dopo un po’ ti sembra che siano li’ da sempre. Persone speciali, rare, che imparano a conoscerti da uno sguardo, da un sorriso. E dopo sono semplicemente li’, a condividere, con te.
E puo’ capitare di dover dire “addio” o semplicemente “arrivederci” ad alcune di queste persone. Solo che se vivi “all’estero” capita piu’ spesso.

Pensi che ormai ci hai fatto il callo, dopo tanti anni. Pensi di essere diventata brava a dire “arrivederci” e a spostare quell’amicizia dalla quotidianita’ all’etere. Vi sentirete via mail, vi telefonerete via Skype, vi guarderete le foto su Facebook. Ma non si diventa mai “bravi”.

Oggi mi sono sentita proprio cosi’.

E mentre l’autobus si allontanava da Harvard Square su Massachusetts Avenue e lo sguardo mi si perdeva tra gli edifici a mattoncini rossi, ho ripensato a quando a 15 anni ho dovuto salutare quell’amica del cuore conosciuta in vacanza studio a Londra, e ho pianto tutto il tempo in aereo.

Hasta pronto!

Consigli per cercare lavoro

Oggi giornata di colloquio.
Sara’ stato il sesto o il settimo, da quando sono qui (esclusa la prima mitica agenzia interinale). Mentre cammino per Copley Square, bellissima piazza di Boston su cui si incontrano surrealisticamente una chiesa stile romanico e un grattacielo celeste tutto vetro, ripenso agli “incontri” precedenti.

Annuncio di lavoro:
Marketing – Entry level – We train you!!! (punti esclamativi inclusi)
Colloquio:
Lei: “Dunque, lei preferisce lavorare in un ufficio o per strada?”
Conclusione:
Il colloquio era per vendite porta a porta.

Annuncio di lavoro:
Marketing Assistant per piccola societa’
Colloquio (via telefono e poi via mail, la tipa non si vuole far vedere dal vivo…):
Lei: “Impressive! I suoi suggerimenti sono molto interessanti e in linea con la nostra strategia, sicuramente la considereremo per un impiego”.
Conclusione:
Lei: “Grazie per aver richiamato. La sua richiesta di salario e’ troppo elevata per quello che possiamo permetterci, spero di poter riprendere in considerazione il discorso tra un paio di mesi”.

Annuncio di lavoro:
Marketing Assistant per palestra
Colloquio (via telefono, altra tipa misteriosa):
Io: “Di quante persone consiste il team di lavoro?”. Lei: “Sono solo io”
Conclusione:
Io, mammeta e tu.

Annuncio di lavoro:
Coordinatore per progetti marketing online
Colloquio (ancora agenzia interinale, ma un’altra):
Lui: “Sa, domani devo incontrare il cliente per proporgli candidati su questa posizione ma non sono affatto preparato. Ci proviamo. Ahahahahah!”
Conclusione:
Il Cliente cercava candidati con un’esperienza completamente diversa dalla mia.

Quando con l’indice schiaccio il pulsante del citofono, per entrare nel palazzo, mi mancano ancora un paio di incontri da ricordare. Uno era con un magazine. Proprietario italo-americano che ho conosciuto appena arrivata a Boston. Lo intervistai per conto del settimanale truffatore che non mi ha pagato le ritenute all’Ordine. Incontro il direttore del giornale, super entusiasta di avere una vera italiana in redazione. Incontro “l’editore”, una ragazzina dell’82 che mi tiene mezz’ora a convincermi di quanto sarebbe importante per il mio portfolio pubblicare degli articoli con loro – nonostante si tratti di un bimestrale gratuito e mal distribuito. Conclusione: l’annuncio era per lavorare gratis.

Cartoline

Volo Denver - Colorado Springs

Volo Denver - Colorado Springs

Nella mia piccola esperienza ci sono due macro filoni di pensiero – e di comportamento – sulle cartoline.

Quelli che non le spediscono, e poi davanti ad amici e parenti fingono di lamentarsi con il servizio postale che le ha perse per strada; e quelli che le comprano, ma per qualche strano motivo non prendono anche i francobolli e alla fine del viaggio si riportano le cartoline a casa.

Io e my Mr Big apparteniamo alla seconda categoria.

Oggi pomeriggio sono finalmente riuscita a spedire da Boston quattro cartoline che avevamo comprato in Colorado. Circa due mesi fa. Probabilmente ho stabilito un record. E dal sorrisetto che ha fatto, credo lo abbia pensato anche l’impiegato dell’ufficio postale.

Il viaggio in Colorado ha avuto vari momenti che definirei “indimenticabili”. Il primo si chiama “Dash 8-200”. Come e’ noto ai – spero pochi – fortunati che ci hanno viaggiato, il Dash 8-200 e’ una specie di aereo a elica che tutte le decenti compagnie di volo odierne dovrebbero aver ceduto ai musei. Si’ e no trenta posti, a file di due, e gli ultimi cinque posti in coda tutti attaccati, come sugli autobus. Solo che su questo “autobus dei cieli”, in fondo, non c’erano seduti i piu’ fichi della classe, come ai tempi della scuola, con la chitarra e tutto l’equipaggiamento. C’eravamo io e my Mr Big. Senza alcuna voglia di cantare “Azzurro…il pomeriggio e’ troppo azzurro e lungo…per me”.

Dopo dieci minuti dal decollo e vari vuoti d’aria (accompagnati da altrettante preghiere) pure la hostess (c’e’ una sola e in genere “esperenziata” assistente di volo su questi piccoli aerei) si lega ben bene al suo sedile con la cintura di sicurezza.

Io? Non riesco a trovare un punto da fissare dentro la cabina, tanto meno fuori dal finestrino. La linea dell’orizzonte sembra il mio elettrocardiogramma al momento: sbalzi da zero a 300 battiti al secondo. A tre quarti di viaggio non mi sento piu’ le mani e i piedi, praticamente paralizzati per il terrore.

La cosa divertente e’ che l’unico pensiero che avessi in testa in quel momento non fosse di precipitare o chissà cosa. Era la paura che mi venisse da vomitare davanti a tutti.

Quando finalmente atterriamo ho il colpo di genio di prendere la bustina che si trova “nella tasca del sedile davanti a voi”, e portarmela via.

Mi sono tenuta la bustina in mano per tutto il pomeriggio. L’ho pure conservata in macchina nei giorni a venire.

Chissà se alla fine, non sapendo che farmene, ci abbia messo dentro quelle quattro cartoline che finalmente, dopo due mesi e oltre 2.000 miglia, oggi ho spedito.

Tutto e’ bene quel che finisce bene.

Nota dell’Autore:
Carrie Bradshow, e tutta la troupe di Sex & The City, mi perdoneranno per aver scelto di riferirmi a un personaggio misterioso con lo pseudonimo di Mr Big. Personalizzato in my Mr Big.

Burocrazia canaglia

Finalmente stamattina ho varcato la soglia del tanto agognato Social Security Administration office di Boston. E ho presentato domanda per il Social Security Number.

Praticamente, insieme al Visto, il Numero e’ la chiave che apre tutte le porte. Ma proprio tutte. Sono almeno 9 mesi che me lo sogno. In realta’ non e’ niente di piu’ del nostro codice fiscale, te lo inviano per posta ordinaria a casa e consiste di un foglietto di carta rettangolare celeste poco piu’ piccolo delle mille lire del monopoli. Con gli stessi ghirigori in blu. Ma senza il mitico Numero praticamente tu non esisti. Penso a quando potro’ fare la tessera del supermercato, comprare un telefono che non funzioni a minuti (perche’ senza il Numero non ti fanno il contratto, e infatti io sono ancora con un Nokia modello preistorico e pago sia per chiamare che per ricevere), cercare un lavoro come si deve. Soprattutto quest’ultima possibilita’ mi interessa. Per la quale, idealisticamente, mi servirebbe avere il Numero entro lunedi’ prossimo. Di solito lo assegnano in una decina di giorni, con un po’ della mia fortuna ce la posso fare.

Comunque, con tutta la mia pila di documenti entro al 10 di Causeway Street. Metal detector, super ispezione, quattro poliziotti e due cani – ma ormai non mi impressiono più, una volta ho contato tre auto, sei o sette moto e una dozzina di poliziotti che arrestavano un ragazzetto mingherlino di fronte a un centro commerciale, in pieno giorno.

Stacco il numeretto 62, e mi siedo ad aspettare. Non so perche’ questo posto mi ricorda l’ufficio postale di via Lucio Papirio, a Roma. Solo che invece delle vecchiette che ritirano la pensione, mi ritrovo a fare la fila con pluricentenari cinesi…che secondo me si passano il Numero da almeno quattro generazioni.

Numero 59, 60, 61…e, come previsto, due sportelli chiudono. Appunto.

Quando finalmente arriva il mio turno, la piu’ gioviale operatrice dell’ufficio mi accoglie al suo sportello. Prende il primo dei miei moduli, guarda il passaporto e mi imbruttisce. Non le sara’ piaciuta la foto? “Questo non mi serve”, mi dice. Cominciamo bene. Alla fine, tra tutte le carte che mi autorizzano a entrare negli Stati Uniti, restare negli Stati Uniti, studiare negli Stati Uniti, respirare negli Stati Uniti, trovo quella che fa per lei. E gentilmente glie la porgo. “Tra quanto dovrebbe arrivare?”, chiedo timidamente. Ti prego non mi dire piu’ di una settimana, ti prego, ti prego, ti prego.

La signora mi guarda e mi chiede di non parlare mentre batte al computer. Digita e mi guarda ancora. Poi mi da’ un foglio, e mi chiede di allontanarmi dallo sportello. E’ la procedura.

“Gentile Fenice di Boston,
Questa e’ la ricevuta che lei ha fatto domanda per il Numero il 26 agosto 2008.

Bla…Bla…Bla…ricevera’ il Numero tra quattro settimane.”

Quattro settimane? Appunto.

Paese che vai, agenzia interinale che trovi

La mia storia “americana” comincia circa un anno fa. Cosa mi sono lasciata dietro? Nell’ordine:

  1. (Troppi) Anni di lavoro in consulenza, inclusi incontri con strani e dubbi personaggi e conclusi con un “Sei incinta?”, davanti alla mia lettera di dimissioni.
  2. Una colica biliare che per poco non mi fa finire in ospedale, probabilmente legata all’esperienza di cui sopra…o di cui sotto.
  3. Una truffa presso un giornale settimanale che dopo un anno di collaborazione – ovviamente non pagata – si rifiuta di pagarmi i contributi all’Ordine dei Giornalisti. Per chi volesse aprire un forum di discussione sul fatto che l’Italia e’ più o meno l’unico Paese nel mondo ad avere una Casta (perché di quello si tratta) pure per fare il giornalista e soprattutto sul fatto che tutti se ne fregano, sono disponibile.
  4. Una serie di e-mail e telefonate senza seguito all’editore del giornale e all’Ordine dei Giornalisti, Striscia la Notizia, Le Iene e chi più ne ha più ne metta, per denunciare i fatti di cui al punto 3.
  5. Vari ed eventuali calci nel sedere.

Niente male come pacchetto di partenza, direi abbastanza full optional.

Non meno ricca e divertente, tuttavia, e’ la lista di “interessantezze” che ho trovato qui Oltreoceano.

Il mostro notturno che disturba il mitico Sogno Americano si chiama “Visto”. E’ l’Innominato manzoniano, il Tu-Sai-Chi di Harry Potter, la mission impossible che si autodistruggera’ in tre secondi. Due. Uno. Boom! Perche’ in America il visto per lavorare si prende solo se qualche datore di lavoro ti assume, ma un datore di lavoro ti può assumere solo se hai il Visto.

Mi ricordo un incontro interessante con un’agenzia di lavoro interinale. Premessa: gli americani sono fissati con le procedure. Il che significa che se la procedura per un colloquio consiste di 10 domande prestabilite, quello e’. Poco importa che tu vuoi specificare “…si, ma guardi che io ho bisogno di uno sponsor per il visto…”. Ci ho provato ben due volte, e per ben due volte l’intervistatore telefonico ha fatto qualche secondo di pausa, due “hmmm…”, e ha concluso con un “Bene, passiamo alla domanda successiva”. E’ solo quando finalmente vengo convocata in ufficio per un’intervista dal vivo – praticamente sono piu’ soddisfatta di Britney Spears intervistata dalla rivista Rolling Stones – che la Procedura mostra alcune piccole falle. “Oh, ma hai bisogno di un visto?!”. Appunto.

Siccome al peggio non c’e’ mai fine, e siccome “XXX is excited to help you with your job search”, si viene a scusare il Direttore non-so-di-che. Mi da’ il suo biglietto da visita e per mezz’ora mi chiede che lavoro voglio fare e mi rassicura che mi aiutera’ ad avere un Visto. “Scrivimi una mail con le aziende a cui sei interessata, posso metterti in contatto con loro e bla, bla, bla…”.

Sono passati 9 mesi da quella e-mail. Il tizio non solo non mi ha aiutata, ma un paio di volte che sono passata di fronte all’agenzia e l’ho visto, ha fatto il vago e si e’ girato dall’altra parte.

Misteri della vita.

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